Bonneville, la ricerca della velocità

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BONNEVILLE. UN SOGNO, UN VIAGGIO, UN’ESPERIENZA UNICA. TRE MOTO YAMAHA XSR900 PER TRE PILOTI. GIOVANNI DI PILLO, DJ RINGO E ALBERTO CECOTTI. DESERTO SALATO, VELOCITÀ, PASSIONE, LO SCONFINATO NULLA INTORNO. UN LUOGO SACRO, DOVE CENTINAIA DI PERSONE ARRIVANO OGNI ANNO PER VIVERE LA PIÙ BELLA E VEEMENTE FOLLIA LUCIDA SUSCITATA DAL CUORE DELL’UOMO, LA FOLLIA DELL’EROISMO

Amici fidati, le moto giuste. Il segreto per divertirsi è sempre lo stesso. Se poi ci si aggiunge una sfida che tocca le corde del bisogno atavico di superare i propri limiti, il gioco è fatto. Pensare che è stata tutta colpa del Piro… Pilota d’altri tempi, simbolo di una passione sportiva schietta e concreta come quella Brianza che l’ha visto crescere a pane e motori, a Fabrizio Pirovano, nonostante sia scomparso poco più di un anno fa, va il merito di aver coinvolto tre suoi cari amici e compagni di scorribande che, riuniti nel suo nome, sono volati nel posto più veloce della terra per buttarsi in un’esperienza avvincente. Erano tutti e tre lì, qualche mese fa, Giovanni Di Pillo, DJ Ringo e Alberto Cecotti, durante una serata nel concessionario Yamaha Valli Moto di Lissone, luogo tanto caro al Piro, dove il suo amico storico Luigi Valli gli ha dedicato una sorta di museo. Parlando di motori, ricordavano Fabrizio e pensavano a un modo per omaggiarlo. Il Cek, che da quando l’anno scorso è stato a Bonneville non conosce tregua, anche in quell’occasione è stato bersagliato di domande di ogni sorta sulla sua esperienza così particolare. Questa volta, però, nella conversazione si è intrufolata un’altra persona, che sarebbe poi diventata una figura chiave: Andrea Colombi, country manager di Yamaha Italia, che ha trasformato una chiacchierata tra vecchi amici in un progetto concreto, dal nome Born To Be Faster Sons.

Da lì ne è nata un’iniziativa ambiziosa, una specie di appuntamento con la leggenda. Una prova da vivere in un luogo epico, che ha visto fiorire storie di uomini e motori rimaste indimenticabili. Uomini contagiati dalla salt fever, che arrivano da ogni latitudine per agguantare un record di velocità e incidere il proprio nome nella storia. È la Bonneville Salt Flats, una pianura di 260 chilometri quadrati rivestita interamente di sale che, da circa un secolo, nel mese di agosto è invasa da centinaia di piloti che si riversano in quel mistico deserto bianco per la Speed Week.

LE MOTO

Andrea Colombi ci aveva visto giusto. Quei tre lì erano proprio le persone perfette per l’idea che gli era balenata quella sera. Giusti per il progetto e per le moto, le Yamaha Faster Sons XSR900, modelli all’avanguardia con una linea rétro, e lo stesso sapore vintage del lago salato. Moto che racchiudono tutto il know-how Yamaha di ultima generazione, mosse da una tecnologia collaudata in più di sessant’anni di competizioni e vittorie in tutto il mondo.

L’organizzazione è stata assegnata a Cristina Siani, moglie di Di Pillo ed ex organisation manager del Campionato del Mondo Superbike, che ha messo a disposizione del team la sua esperienza infallibile. Grazie a Cristina, che ha diretto la squadra, ogni membro ha ricoperto un ruolo differente e specifico. La gestione delle moto è stata assegnata a Thad Wolff, pilota americano degli anni Ottanta che ha corso nel Campionato AMA Superbike insieme a nomi illustri come Lawson, Roberts, Pietri e Schwantz. Oggi tecnico Yamaha talmente entusiasta da non perdere di vista le moto nemmeno la notte, che trascorreva nel furgone dov’erano custodite. Una XSR900, una XSR900 Abarth e l’inedita XSR900 Yard Built – opera di Jeff Palhegyi, svelata proprio durante la Speed Week 2017 – sono state le moto che Yamaha ha messo a disposizione del team Born To Be Faster Sons. Tre esemplari iscritti nella categoria Production da 750 a 1.000 cc. Praticamente moto di serie, che sono state sparate a tutta velocità nella pista naturale forgiata dal vento più famosa e ambita del mondo. Diverse nell’aspetto – una naked per Giò, un’Abarth per Ringo, e una nostalgica Yard Built dalla livrea che evoca i colori delle moto da corsa degli anni Settanta per il Cek – ma identiche nell’anima che, immerse in quel panorama innaturale, con i monti in lontananza e lo sconfinato nulla tutto intorno, spiccavano nella loro aggressiva e sensuale bellezza.

L’ESPERIENZA

Così, ci siamo preparati a un’estate a stelle e strisce. Al di là dell’oceano l’atmosfera che si respira è sempre unica. Figuriamoci nella profonda provincia americana, nello stato dello Utah, lontani dal chiasso e dalle luci delle grandi metropoli che non dormono mai. Da Salt Lake City ci siamo diretti, a bordo di un motorhome, verso la cittadina di Wendover, al confine col Nevada. Centoventi miglia lungo un interminabile rettilineo, l’Interstate 80, nastro d’asfalto che punta verso l’infinito, affascinante solo come le strade degli States possono essere, un’immagine che non stufa mai. Non eravamo ancora arrivati e già ci pareva di essere in un film. I tre protagonisti Giò, Ringo e Cek – rispettivamente un giornalista e storica voce del panorama racing italiano; un DJ e direttore artistico di Virgin Radio; e un pilota tester e motorcycle editor di Riders – affiancati da una combriccola composta di collaboratori e amici, hanno formato un team affiatato ed eterogeneo, unendo le loro svariate esperienze motociclistiche e le diverse estrazioni in modo complementare, governati dalla passione e la voglia di osare.

Dopotutto, l’idea di superare i confini ha sempre ammaliato l’uomo spingendolo a sfidare il pericolo pur di soddisfare la primitiva esigenza di andare oltre le barriere. Nella fattispecie, il mito della velocità ci affascina portandoci, attraverso un motore, dentro una realtà fantastica ed eccitante, con gli stessi occhi con cui da bambini facevamo sfrecciare la nostra macchinina nel cortile sotto casa. Lo stesso infantile entusiasmo che è ancora in grado di nutrire la passione di piloti e appassionati di ogni età ed esperienza, emanando gioia e trepidazione. Emozioni che a Bonneville si percepiscono ancora più intensamente: il deserto si presenta con una glacialità imponente che racchiude il destino cui vanno incontro i tanti piloti che decidono di mettere la propria vita nelle mani del Dio della Velocità e affidarsi all’ignoto. Un ignoto che è dovuto alle tante variabili che i partecipanti alla Speed Week devono affrontare quando scelgono di lanciarsi lungo le piste della salina, che celano trappole e insidie difficili da individuare in anticipo a occhio nudo. Perfettamente piatta solo in apparenza, la superficie presenta, in verità, moltissime imperfezioni e increspature, causate sia dalla naturale irregolarità del sale, sia dai segni lasciati dai mezzi che continuamente la percorrono. A tratti farinosa, in altri punti più bagnata e vischiosa, l’area è talmente estesa da sembrare ultraterrena, un ricordo spettrale di quello che un tempo era un enorme e preistorico mare interno formatosi durante l’ultima glaciazione, evaporato oltre 14mila anni fa lasciando spazio a un luogo così pianeggiante che permette di vedere la curvatura della Terra.

Tutto è avvolto da un bianco ottico, uno scenario talmente puro da provocare, all’occhio umano, un effetto lisergico. Un accecante infinito che si presenta davanti al pilota che deve lanciarsi sul tracciato della Speedway. Attraverso la visiera non è facile anticipare con lo sguardo la traiettoria da seguire. L’occhio è ingannato dalle condizioni estreme di luce fortissima e bianco abbagliante che si trova davanti, e che gli impediscono di cogliere i pericoli presenti sulla pista. Il rider, allo stesso tempo, deve spingere la moto al limite e cercare di controllarne le reazioni in un ambiente nuovo e pieno d’incognite, sperando di non incappare in rischi fatali. Guidati dall’esperienza maturata l’anno precedente da Alberto, Giò e Ringo si sono preparati all’impatto con la leggenda in maniera opposta. Il primo si è allenato curando forma fisica e alimentazione, mentre il secondo si è affidato all’istinto. Nonostante i tre differenti presupposti, una volta sulla Speedway, esperienza, preparazione e temperamento hanno lasciato spazio a un unico elemento: la passione. Sebbene non siano al servizio della sopravvivenza fisica, le passioni sono altrettanto forti – e spesso ancor più forti – degli istinti. Costituiscono la base dell’interesse che l’uomo ha per la vita, il suo entusiasmo, la sua eccitazione. Sono la materia di cui sono fatti non solo i suoi sogni, ma l’arte, il mito, il dramma. L’individuo è alla ricerca del drammatico, dell’eccitante. Le passioni trasformano l’uomo da semplice cosa in eroe, in un essere che cerca di dare un senso alla vita, nonostante spaventosi ostacoli.

A ogni lancio, ci si raccoglieva per assistere alla sacralità dei minuti che precedono la partenza. Anche i tre piloti, a rotazione, si aiutavano l’un l’altro portando la moto sulla linea dello start, passando un panno bagnato sul collo di colui che stava per lanciarsi, collegandogli il cavo di sicurezza al polso. Erano momenti in cui tutto il resto sembrava scomparire. Niente parole, solo sguardi. Un rito così intimo e personale come quello in cui il pilota rimane solo con se stesso, con la sua concentrazione e i suoi timori non poteva essere interrotto. Istanti decisivi, che parevano interminabili, fino a che non si avvicinava il marshall, di bianco vestito, per dargli indicazioni e fargli cenno di partire. Qualche istante ancora in apnea e poi i cuori riprendevano a battere, fiduciosi. Dopo il lancio, mentre Thad caricava le Yamaha sul furgone, i rider venivano recuperati in macchina da Cristina in fondo alla pista e si recavano in Direzione Gara per conoscere la velocità media raggiunta. Scrollata di dosso la tensione, i tre piloti tornavano carichi e sorridenti. «Nessuno ci aveva detto che, oltre al caldo infernale, oltre alla luce accecante, il sale non era liscio ma una trappola di buche, solchi e anche acqua. Nessuno ci aveva detto che Bonneville è a 1.300 metri di altitudine e, dopo due passi con la tuta, vedi le stelline e ti devi fermare!» racconta Giovanni, che aggiunge: «Bonneville è il posto magico e fatato più incredibile del mondo. È stato galattico e, ammetto, l’esperienza dei lanci si è rivelata più pericolosa di quanto immaginassi». Per Ringo «essere lì è stato qualcosa di grandioso, un privilegio per pochi. C’è da tirar fuori tutto il talento e il coraggio di cui si dispone, perché il sale è un elemento bellissimo quanto ingannevole, e capitava di sentire la moto perdere aderenza a causa del suolo ruvido e stridente. Attimi davvero emozionanti, in cui ogni volta il cuore andava a duemila».

Tra un lancio e l’altro Thad si rimetteva in fila col furgone e, in attesa di avanzare, si passava il tempo all’interno del motorhome. Sempre circondati dal sale che si attaccava dappertutto, ce la siamo spassata immersi in un clima di vera fratellanza che ha cementato l’amicizia che già legava i tre piloti. Sotto il nome del Piro – esibito tramite gli adesivi incollati su caschi e moto – Giò, Ringo e Cek si sono sentiti protagonisti di un’avventura tra amici. Ironico e imprevedibile, Giovanni è un inesauribile narratore di aneddoti che ripesca dalla sua lunga e appassionante carriera nei motori. Ringo, vulcanico e instancabile, è il ribelle del gruppo, il ragazzaccio impetuoso che fa casino e tormenta Giò con scherzi sempre nuovi. Il più pacato dei tre (ma solo apparentemente) è Alberto, sempre composto e delicato nei modi, un atteggiamento antitetico a quello indomito e spericolato che emerge quando tira giù la visiera.

Il motorhome, una casa viaggiante di sei posti (ma sei posti come li intendono gli americani) era sempre affollatissimo. Di notte ci dormivamo io, Cek e il fotografo della Superbike Fabrizio Porrozzi, ma durante la giornata ospitava una crew di oltre una dozzina di persone. Rachele Sangiuliano, fidanzata di Ringo ed ex pallavolista della Nazionale, è stata perfetta nel ruolo di coach & health advisor. Abituata a unire alimentazione e sport, ci ha viziato con pasti sani e rinfrescanti aiutata da Swami, la giovane e dolcissima figlia del dj, che sapeva comunque già esibire un bel carattere e tener testa ai grandi. Sarebbe dovuto restare solo un paio di giorni, invece, Gian Enrico Gilardi di Mediaset che, con Marcello Karburatore Grossi, è stato contagiato dalla salt fever, tanto da trattenersi fino all’ultimo giorno. Andrea, milanese trapiantato a Los Angeles, si è unito al gruppo verso la fine e, assieme ai primi due, ha atteso l’arrivo di Filippo La Mantia per poi partire tutti e quattro per una vacanza on the road. È stato proprio il noto cuoco siciliano a immortalare i piloti con la macchina fotografica che utilizzava quando era cronista di mafia negli anni Ottanta.

LA PRESTAZIONE

L’obiettivo del team era far raggiungere la massima velocità possibile alle tricilindriche XSR nell’impegnativa condizione di fondo del sale. Un contesto dove guidare già oltre i settanta chilometri orari risulta molto insidioso a causa della continua perdita di aderenza e di direzionalità delle moto, provocando delle sbacchettate improvvise che arrivano come frustate sulle braccia dei piloti. Nonostante le ovvie difficoltà, durante il primo giorno di lanci sulla Rookie Course, la pista dei principianti lunga tre miglia, le Faster Sons hanno raggiunto una velocità massima di 128,3 miglia orarie (oltre 206 chilometri l’ora), guadagnandosi il diritto di lanciarsi sulla Speedway di cinque miglia. I piloti hanno sparato le XSR900 sulla Short Course più volte lungo l’immenso rettilineo, che si faceva sempre più difficile da interpretare. Le moto, tuttavia, hanno garantito stabilità e sicurezza dimostrando eccellenti doti ciclistiche anche lanciate a forte velocità su fondo sconnesso e scivoloso. Una velocità che non è stato possibile migliorare ulteriormente (il record di categoria, che ovviamente appartiene a una quattro cilindri da un litro, non è stato avvicinabile), ma che comunque rappresenta un risultato niente male per tre mezzi stradali completamente di serie, gomme comprese.

I MOTORI SEMBRANO VIVERE DI UNA PODEROSA VITA PROPRIA. CON LA LORO POTENZA DOMINANO LA SUPERFICIE, STRAZIANO I CRISTALLI DI SALE, PUNTANO DRITTI ALL’AZZURRO DELL’ORIZZONTE, DISEGNANDO NELL’INFINITO L’APOTEOSI DELLA MECCANICA MODERNA

L’ATMOSFERA A BONNEVILLE

È un posto pieno di contraddizioni. Si tratta del luogo più veloce della Terra, ma l’organizzazione ha un ritmo tutto suo. L’evento, in sé, è lento e misurato. I veicoli si allineano sulle piste procedendo con ordine e muovendosi con estrema lentezza. Tutto, fatta eccezione per le Course dove avvengono i lanci, sembra immobile. Intorno regna il silenzio, interrotto solo, in lontananza, dal rombo dei motori di mezzi di ogni tipo, dai cinquantini agli streamliner, veri e propri razzi. Anche il tempo sembra essersi fermato. La livrea dei marshall è la stessa da sempre, e persino il regolamento è rimasto pressoché immutato (le tute con inserti rigidi esterni sono consentite solo dal 2016). I contrasti sono netti. La purezza eterea di un deserto inospitale, senza colori, né confini, dove non esistono zone d’ombra e non c’è alcuna forma di vita, si contrappone a migliaia di persone variopinte e gioiose, ai colori accesi dei mezzi che si osservano, alcuni conservati con cura maniacale, altri lasciati arrugginire dal tempo. Spesso il loro aspetto rispecchia il veicolo, risultato di un’espressività che deriva da anni di lavoro, in cui l’artefice del mezzo ha trasferito parte della sua anima all’oggetto inanimato.

I volti si potevano scrutare soprattutto durante il briefing che ha aperto la sessantanovesima edizione della manifestazione, dove tutti si sono radunati ai piedi di una torretta sulla quale il presidente ha recitato il classico discorso di benvenuto, passando poi il microfono a vecchie glorie della Speed Week. Dopo un omaggio a chi non c’è più e un minuto di silenzio in cui tutti si sono tolti il cappello da cowboy, una giovane e avvenente yankee ha intonato l’inno nazionale a cappella, facendo di quel momento di puro e sincero patriottismo il più toccante della cerimonia. Subito dopo, sempre con calma e ordine, la massa si è diretta verso il paddock, per poi disporsi in fila per iniziare i lanci. «Tutti sono sorridenti, non esiste la tensione, se non nell’intimità dei piloti poco prima della prova – spiega Alberto. «Sarà che non si tratta di sfide dirette, ma ognuno si misura con se stesso. Anche piloti appartenenti alla stessa categoria e, quindi, potenzialmente rivali, si manifestano sentimenti empatici, dandosi consigli e supportandosi a vicenda, anche concretamente. È una delle cose che mi hanno colpito l’anno scorso, quando sono venuto qui per la prima volta». Un fair play che, con grande amarezza, non abbiamo riscontrato solo in un paio dei team italiani incontrati in quei giorni nella sconfinata immensità di Bonneville. Unica nota stonata dell’esperienza, che molto ha da insegnare in quanto a comportamento corretto e gioco leale.

La settimana nel deserto dello Utah è stata traboccante di passione. Tanti gli aspetti che la rendono una manifestazione diversa da ogni altra. La natura è protagonista, con la sua imponenza tanto maestosa da incutere timore e, unita a un silenzio irreale, conferisce al luogo un significato mistico, dove la religione della velocità e la sensualità meccanica sono carichi di spiritualità. In un tale contesto, l’uomo perde la propria superiorità individuale fondendosi con l’ambiente. Un intreccio indissolubile di cultura e spettacolo che, attraverso la meraviglia, si tramanda da un secolo. Qui s’inneggia alla brama di vivere, all’ardore sfrenato di avere una passione e volerla comunicare, alla smania di spingersi fino al limite, alla potenzialità del proprio mezzo a motore. Correndo sulla salina si percepisce l’ebbrezza di una libertà assoluta, che non può placarsi nella soddisfazione di qualche istante, ma che chiede con insistenza di essere nuovamente alimentata, in un rapporto di compenetrazione tra pilota e mezzo. Un posto per personalità forti, per conquistatori, avventurieri, uomini muniti di tutta la curiosità, la temerarietà e la tenacia di tale temperamento, dove la condizione migliore possibile è quella che hanno vissuto i tre piloti del team Born To Be Fater Sons, circondati da persone fidate e uniti dall’amicizia che li lega. Una spedizione avvenuta in nome di un amico che non c’è più, Fabrizio Pirovano, che avrebbe apprezzato più che mai la scelta di Giovanni, Ringo e Alberto di mettersi alla prova nella più estrema delle condizioni, su tre Yamaha di serie che hanno tenuto testa a un ambiente ostico e difficile da interpretare, e che ora porteranno nel telaio l’esperienza regina che ogni moto vorrebbe provare, regalando, così, un pezzo di sogno a tutti quelli che compreranno una XSR. Una vita per sognare, non si chiede altro.

Articolo di Eleonora Dal Prà
Foto di Filippo La Mantia