Ferro e ghiaccio

Viaggi

Io studente universitario, mio papà pensionato ma lavoratore stakanovista. Padre e figlio uniti da due passioni indissolubili: le moto d’epoca e la famiglia. A tal proposito, una BMW R80 G/S (1986) e una sorella Parigi Dakar (1989) saggeranno l’asfalto di mezza Europa per raggiungere Alice e festeggiare la fine del suo Master norvegese. Mia mamma, insieme a cognato e suocera, ci raggiungeranno seduti comodi su un aereo di linea. Ma andiamo con ordine.

Ci è voluto un mese di preparazione. Il tempo necessario per mettere a punto la meccanica, pianificare il tragitto, ma soprattutto rifornirsi dei pezzi di ricambio delle più temibili parti deboli (che non abbiamo dovuto utilizzare). La mattina del 24 aprile partenza da Cairo Montenotte, un paese di 15mila anime nell’entroterra ligure; un bacio alla mamma, prima marcia inserita e si parte; io ho il cuore in gola dall’emozione. Siamo troppo gasati, mio padre non lo dà molto a vedere ma lo è eccome. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociano attraverso la visiera del casco facendo trasparire il nostro costante sorriso.

Procediamo fino al confine svizzero, compriamo la vignetta e di nuovo in sella, alla volta della Germania. Dopo 620 chilometri arriviamo a Ulm. Come prima tappa non male, quindi si inaugura il rito che ci accompagnerà per tutti i giorni del viaggio: una birra fresca ancora vestiti da moto per festeggiare il luogo di arrivo, successivamente una doccia rigenerante e quindi cena. Il mattino seguente, contro ogni previsione metereologica, ci svegliamo con il sole. Tempo di completare la colazione e di salire in sella, che la tanto attesa pioggia ha iniziato a venire giù senza mollare un secondo per ben due giorni. Tranne quando le nuvole hanno avuto un attimo di compassione esattamente nel momento in cui la moto di mio papà ha iniziato a fare un rumore di valvole alquanto preoccupante (tempismo perfetto, in visione ottimistica)! Freccia a destra e sosta in Autogrill tedesco. (Le autostrade tedesche sono noiosissime, per di più se attraversate alla velocità di crociera pari a cento chilometri orari, con Porsche, Audi e BMW che sfrecciano accanto). Con una rapidità che neanche al pit stop Ferrari in Formula 1, smontiamo il copri-valvole di sinistra e… svelato l’arcano: dado del bilanciere allentato, per cui le valvole non lavoravano nella maniera ottimale. «Siamo fortunati, Chicco» esclama mio padre. Avvitiamo il dado colpevole, rimontiamo il tutto e i cinquanta cavalli tornano a nitrire più forti che mai.

Il pit stop è costato una buona mezz’ora ma, non avendo una tabella di marcia, risaliamo in moto sollevati, fiduciosi e molto contenti. In quel momento ho sentito la voce di Alice che mi fa: «Se non arrivi in tempo per la mia laurea ti uccido». I due giorni seguenti saranno volti all’insegna della pioggia, del vento e delle autostrade tedesche e danesi assai noiose. Dopo tre giorni di viaggio finalmente giungiamo in terra svedese, a Goteborg. Qui è pronto ad accoglierci un sole pazzesco: un toccasana dopo quasi due giorni di pioggia incessante, e devo dire che i nostri visi lo davano a vedere: sorrisoni a 32 denti (cit. di un futuro dentista). Ci attenderanno quattro giorni di curve in mezzo ai fiordi svedesi e norvegesi, considerati il luogo d’eccellenza per il mototurismo. Dopo una profonda e riposante dormita, la mattina seguente ripartiamo da Goteborg in direzione Oslo. Un sole alto e brillante, ma non altrettanto caldo, risplende sul pelo dell’acqua presente lungo ogni curva della strada. La maestosità della natura e la tranquillità che essa trasmette mi fa vivere come in un sogno.

Cullati dal suono rotondo e preciso delle nostre moto e dal fondo stradale tirato come un tavolo da biliardo, ci dirigiamo verso Fjallbacka; un paesino di quattro anime che pare il luogo ideale per una sosta pacifica con vista sull’immancabile fiordo. Ricordo ancora il sapore di quella fetta di torta al cioccolato appena sfornata. Dopo una buona ora di relax (nonostante il livello di stress fosse inferiore allo zero), risaliamo in sella con la giusta dose di zuccheri in corpo. Mio padre, evidentemente, ne aveva assunti un po’ troppi, tant’è che a un certo punto mi supera, mette la freccia a destra e imbocca una strada sterrata con la sicurezza di chi si trova sui sentieri dietro casa. Eseguo l’ordine appena impartito e dopo duecento metri rimango a bocca aperta: veniamo inghiottiti da uno sterrato che a un tratto si unisce con la linea dell’orizzonte, largo quanto una corsia d’autostrada americana. Da buoni enduristi ci alziamo in piedi sulle pedane e iniziamo a seguire quella via paradisiaca senza chiederci dove avrebbe portato. A un tratto entriamo in un sottobosco di alberi sempreverdi e la strada si restringe fino a diventare un sentiero. Percorsi circa otto chilometri, di fronte a noi si apre la visuale: un intero fiordo ghiacciato così vasto che si perde a vista d’occhio. Siamo in paradiso papi, affermo. «Sono senza parole» è stata la risposta. Non è possibile, ho pensato: non possiamo essere io e mio padre, sulle nostre amate moto d’epoca, ad ammirare uno spettacolo del genere.

Dopo aver contemplato il suono del silenzio, con la sensazione che il tempo non passasse, seduti su un molo galleggiante sul ghiaccio, riprendiamo il nostro cammino. Giunti sull’asfalto, svolta a destra, cruise control a novanta orari e un sorriso sincero con annessa sensazione di libertà. Dopo duecento chilometri, consapevoli che da lì a poco avremmo dovuto valicare il passo del Palsbu Fjorden (750 metri di altitudine), mio padre, da buon saggio nonché sommelier di cappuccini, decide di fare una sosta per scaldare preventivamente ossa e stomaco. La strada era come una traccia scavata nella neve: scordatevi i passi delle nostre Alpi, in Italia sono vere e proprie strade di montagna, nei Paesi scandinavi sono come panettoni di Natale con lunghissime strade veloci e curve dolci. Muri bianchi, alti un paio di metri e la temperatura vicina allo zero ci hanno accompagnato per altri quaranta chilometri pensando ai fighetti con moto di ultima generazione con manopole riscaldate e cupolino frangitutto: ma che ne sanno loro!

Abbiamo avuto conferma di aver terminato l’impresa artica quando le dita delle mani hanno riacquisito la sensibilità tattile e i muri di neve e ghiaccio hanno lasciato spazio al classico panorama nordico: vegetazione rigogliosa e acqua da vendere. Piano piano la strada inizia a invertire il suo grado di pendenza; la discesa continua fino ad Eidfjord, la nostra ultima tappa prima dell’arrivo a Bergen. Qui scopriamo un paese tanto piccolo quanto speciale, come un diamante incastonato in un anello artigianale. Per cena ci gustiamo salmone e una squisita birra locale, il tutto a lume di candela come due giovani innamorati il giorno di San Valentino. L’indomani mattina la solita routine: doccia, colazione, foto ricordo di fronte all’hotel, prima marcia inserita e via, partenza, Ci attendono gli ultimi 150 chilometri; ormai riusciamo a sentire il profumo della città di Bergen. All’apparenza siamo pacati, ma le nostre viscere gorgogliano come un vulcano gigantesco pronto a esplodere al nostro arrivo. Riusciamo ad anticipare i tempi di mezz’ora, il giusto necessario per fare una sorpresa ad Alice facendoci trovare di fronte la sua scuola prima di lei. Al suo arrivo, un abbraccio e un bacio timido (per la presenza di mio padre) hanno preceduto un urlo da tifo da stadio: esattamente la maniera perfetta per farsi odiare dal popolo norvegese. Il tutto condito da qualche lacrima di emozione mista a gioia. L’indomani la laurea e le nostre famiglie riunite e più felici che mai.

Qui termina un’esperienza che mai potrò dimenticare, condivisa con il compagno di viaggio ideale, con due mezzi unici e per una causa speciale. Dopo questi 5.300 chilometri ho avuto la conferma che in linea d’aria non esistono ostacoli, e neanche su terra, con due mezzi d’epoca rispettati e amati. Grazie mamma e grazie papà.

PS: grazie anche a Marco, che con la sua assistenza h24 prima e durante il viaggio ci ha permesso di compiere questa esperienza.

 

Testo di Nicolò Pancini

Terminillo Winter Treffen 2019, avventura in alta quota

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