Andrea Tonello, direttore artistico e ideatore di Future Vintage Festival, immortalato durante una performance-esposizione di Settimio Benedusi, ospite dell’evento nell’edizione 2017.

L’arte, anzi, le arti, allo stato puro. La cultura e la potenza dell’innovazione danno vita a un’esplosione romantica e al tempo stesso ipnotica che trova forma nel Future Vintage Festival di Padova, tenutosi dal 7 al 9 settembre scorsi; tre giorni durante i quali vivere e comprendere il cambiamento artistico, conoscere i trend della comunicazione e i grandi brand che sono diventati icona dell’atemporalità. Perché chi arde di passione si reinventa, Sine Metu. Ce lo racconta Andrea Tonello, direttore artistico del Festival che rende omaggio all’autenticità.

Future Vintage… in un primo momento suona atipico. È la contrapposizione tra innovazione e conoscenza a incarnare l’anima di questo evento?
«Sì, Future Vintage è un ossimoro temporale sostanzialmente, una contraddizione e una contaminazione. Ciò che abbiamo cercato di fare è avvicinare i valori della conoscenza a quelli dell’innovazione, sia da un punto di vista del linguaggio, quindi della comunicazione, che da quello del prodotto, dell’esposizione e della ricerca. Tutto ciò che cerchiamo di raccontare non è altro che uno studio introspettivo sulle origini delle tendenze contemporanee. Non è nostalgico, proviamo a descrivere il rinnovamento. È molto fresco!».

Come si è arrivati alla realizzazione del Festival?
«Il fatto di connettere il vintage solo ed esclusivamente a un tipo di utente ben specifico mi sembrava riduttivo, quindi ho pensato di rinnovarlo completamente nell’aspetto, nella forma e nei contenuti, per renderlo a 360 gradi un momento di full immersion destinato a tutti i target, dai consumatori oculati al pubblico trasversale della moda e del design».

C’è una tua personale vocazione artistica dietro al progetto?
«Io un po’ lo sono, un nostalgico. Sono sempre stato affascinato dagli anni Ottanta e Novanta: erano più leggeri, forse perché ero più giovane, forse perché era davvero così. Non c’erano i socialnetwork, ci si incontrava, i rapporti erano diversi, le esperienze genuine. E l’autenticità è quello cui cerchiamo sempre di rendere omaggio durante la manifestazione».

Come si compone la tre giorni del Future Vintage Festival?
«L’evento si divide in macroaree. Una è dedicata ai talk, alle conferenze e agli approfondimenti, dove si ha l’occasione d’incontrare personalità che hanno fatto la storia della comunicazione sotto differenti aspetti professionali, sia della vecchia che della nuova generazione. Una ai workshop, in cui diamo la possibilità ai brand di raccontarsi, che non significa autocelebrarsi, ma diffondere messaggi di conoscenza, un valore che per noi è molto interessante. Poi c’è la parte fieristica, con espositori nazionali e internazionali ricercati accuratamente: non stereotipi, ma icone che si sono ricollocate nel tempo. Infine il fuorifestival, che cerca di abbracciare tutta la città con concerti, aperitivi, cibo da passeggio, dj set e lo Urban District, con tutta una serie di attività per i giovani: il tema di quest’anno è la strada, dove nascono le tendenze e le subculture».

Moda, musica, ballo, sport, design, scrittura. Come si orchestra tutto questo?
«È importante veicolare il messaggio come in una campagna di comunicazione. Il nostro obiettivo finale è la sensibilizzazione, per educare al consumo e accrescere il know-how».

Come avviene la scelta degli ospiti?
«Gli ospiti catalogati nel nostro immaginario come future vintage sono quelli mai tramontati, che sono sempre riusciti a rinnovarsi di generazione in generazione da un punto di vista di pensiero e linguaggio».

Che ruolo ha la comunicazione in un contesto storico come il nostro?
«Mai come oggi, dove tutto è molto veloce, c’è bisogno di approfondimento. Se la comunicazione può essere d’aiuto alla conoscenza, penso possa essere assolutamente importante. Oggi le campagne elettorali si fanno con i post su Facebook. In questo momento bisogna soffermarsi, leggere, approfondire, conoscere, avere l’intelligenza di andare oltre la superficialità. I nuovi linguaggi sono fondamentali, ma bisogna usarli con la testa, saperli accompagnare con qualcosa dietro».

Che cosa accomuna il Future Vintage Festival allo spirito Sine Metu di Jameson?
«Jameson è un’icona capace di aggiornamento continuo, autenticità e cura del dettaglio che le permettono di mantenersi sempre sulla cresta dell’onda. Non è nostalgica né fine a se stessa nella sua comunicazione. Propone soluzioni di grande appeal che esaltano la tradizione però, allo stesso tempo, ne avvalorano il rinnovamento. La nostra collaborazione non è di tipo commerciale, dietro ci sono sensibilità e coerenza che rimarcano lo spirito Future Vintage».

Articolo di Francesca La Fata
Foto di Settimio Benedusi e Jameson

 

Stefano Bottoni, Ferrara chiama a corte i busker
Patrick Pistolesi, il gorilla del bancone

Potrebbe interessarti…

Menu