È DA VENT’ANNI NEL MONDO DEI LOCALI E HA ACQUISITO ESPERIENZA LAVORANDO TRA MILANO, ROMA E DUBLINO: «ABBIAMO LA FORTUNA DI VIVERE IN UN MONDO CON POPOLAZIONI E CULTURE COMPLETAMENTE DIVERSE DALLE NOSTRE CHE CI POSSONO ARRICCHIRE E ISPIRARE, COSA CHE HO IMPARATO GRAZIE ALLA MIA CURIOSITÀ». PATRICK PISTOLESI È IL PROPRIETARIO DEL COCKTAIL BAR ROMANO DRINK KONG. LO ABBIAMO INCONTRATO ASSIEME A BMW E JAMESON, IL WHISKEY IRLANDESE CON CUI CONDIVIDE I VALORI

Patrick Pistolesi, italoirlandese, è il fondatore di Drink Kong. Dentro il locale ci sono tutta la sua passione, la professionalità e ovviamente il whiskey Jameson.

Le sue origini italoirlandesi sono riconoscibili nei tratti del carattere e nella fisicità, oltre a essere ricorrenti nelle storie che racconta. Patrick Pistolesi è un bartender con l’ospitalità nel sangue: «Faccio questo mestiere ormai da vent’anni, spinto da quello che per me è stato amore a prima vista». Una carriera molto lunga la sua, a volte pionieristica: è stato il primo ad aprire un gin bar in Italia – da lì il soprannome gin-ecologo – è stato manager di locali storici come il Propaganda e, da qualche mese, ha intrapreso una nuova avventura. Nel suo cocktail bar Drink Kong, c’è tutto quello che lo ha fatto innamorare di questo lavoro: «Ho preso un bel rischio perché so che non si può piacere a tutti, ma allo stesso tempo non volevo fare la solita cosa, come uno speakeasy o un terreno già battuto. Non mi sono inventato nulla di speciale, ma il sapore e il gusto di questo locale hanno qualcosa di differente, un po’ sopra le righe, senza nulla togliere agli altri».

Quali sono gli elementi che hanno caratterizzato la tua vita al di fuori dei locali?
«Per fare il bartender devi essere una persona curiosa. Io odio e amo il genere umano, sono un attento osservatore e mi informo su tutto. Il barman è l’ultimo aristocratico della working class, una figura che può ritrovarsi a servire il muratore o il capo di stato; è una grande livella. Il bar è il luogo meno razzista sulla faccia della terra, al cui interno entrano persone di ogni tipo, genere o etnia, ognuna con i propri gusti per cui, se sei uno che si fa problemi, questo non è il mestiere per te. È un lavoro per la gente, per l’umanità, per la ricreazione degli adulti e c’è tanto da fare e tanto da dire. Mi lascio influenzare da tutto quello che c’è di bello nel mondo, perché chi viene qua a volte ti parla dei suoi problemi, ma la maggior parte delle volte ti racconta delle sue passioni e viene per festeggiare i propri traguardi, dal più umile al più nobile, ed è proprio questo che mi piace del mio lavoro».

Quanto conta per un barman la comunicazione con il cliente, riuscire a capire cosa vuole bere o, semplicemente, perché sta bevendo quel particolare drink?
«Conta tutto. La discrezione e la creatività di un barman sono fondamentali, ma saper anticipare i desideri di chi hai davanti è ciò che viene apprezzato di più, come quando vai al ristorante e vieni servito da un bravo cameriere. Intuire senza imporre è stupendo, questo però si crea solo grazie a due elementi molto importanti: l’educazione e la sensibilità di capire chi si ha davanti».

Tu sei un grande appassionato di cinema, da qui nascono tutti i riferimenti che troviamo nel tuo locale. C’è qualcosa che vorresti rubare, da barman, al mondo del cinema, a quel rapporto che si crea all’interno della telecamera, rispetto a quello che invece è la vita reale?
«Questa è davvero una bella domanda, non me l’avevano mai fatta. Nelle prime interviste, quando mi chiedevano perché facessi il barman, una delle motivazioni che davo era che quando ero bambino ed entravo nei pub in Irlanda venivo rapito dalla figura del direttore d’orchestra: conosceva i nomi di tutti e per me era un genio, un maestro della notte. L’altra motivazione deriva proprio dai film, il barman dietro al bancone con Frank Sinatra che ordinava l’ultimo bourbon. Lui doveva chiudere il locale, ma continuava a lucidare i bicchieri. Ecco, la figura del barman degli anni Cinquanta e Sessanta mi ha toccato molto, è un’immagine che tengo stretta vicino al petto e sono felice che sia stata così importante in moltissime pellicole, sempre nel ruolo di confessore o di colui che aiuta le persone in momenti difficili».

Affiancata alla cultura del cinema, che nel mondo occidentale è quella americana, al Drink Kong troviamo molti riferimenti al mondo asiatico, in particolare al Giappone.
«Abbiamo la fortuna di vivere in un mondo con popolazioni dalle culture completamente diverse dalle nostre, basate su concetti differenti dai nostri. Questo l’ho imparato, ripeto, perché sono una persona curiosa. Con i numerosi viaggi che ho fatto – e che mai avrei immaginato di fare con questo mestiere – ho girato tutto il mondo. E quello in Giappone mi ha turbato e allo stesso tempo colpito più di tutti. I giapponesi sono persone molto precise, attente a ciò che succede intorno a loro e sono le uniche in grado di far sentire un ospite come un re. Mi piace la loro propensione verso la tecnologia ma, essendo radicate al loro passato e alla loro tradizione, vivono un’idiosincrasia costante. È un Paese molto contraddittorio, che oscilla tra moderno e tradizionale e questo si riscontra nella vita di tutti i giorni: se vanno in un locale bevono finché non cadono dallo sgabello, oppure lavorano 18 ore al giorno. È un mondo che va apprezzato per quello che è, per la sua enorme diversità. Io lo amo sotto ogni aspetto, sia per i suoi rituali e quello che rappresentano, sia per la sua costante ricerca di migliorarsi ogni giorno».

Francesco Di Lembo, fotografato da Lorenzo Razzino, in sella alla BMW NineT Urban G/S mentre raggiunge il Drink Kong in piazza San Martino ai Monti 8, a Roma.


Contraddizioni che riporti all’interno del Drink Kong, che non è solo un locale ma una cultura.

«Ti ringrazio. Sì, è quello che dovrebbe essere, come recita il nostro motto: Drink Kong, think kong, be kong, ovvero: sii il più istintivo possibile, cerca ciò che senti dentro di te, sempre con educazione, per riuscire a sfogarti. Qui puoi farlo, infatti abbiamo una sala musica, una sala giapponese per degustazioni, una sala lounge, un grande bancone dove poter parlare direttamente con noi barman. Anche il nostro menu offre una vastissima scelta e, ovviamente, qui non verrai mai giudicato. Noi cercheremo, in quanto Kong, di tirare fuori il meglio dalla tua serata, non appesantirti con altre rogne ma, anzi, alleggerirti il più possibile da esse dopo una giornata magari difficile, specialmente in una città come Roma».

Abbiamo parlato molto, abbiamo fatto qualche foto… qual è il drink che sceglieresti per me?
«Adesso che ti conosco un po’ di più e noto la tua sensibilità sono indeciso se prepararti un drink tradizionale con un gin molto fresco, un Gimlet o un White Lady ghiacciato. Ma mi piacerebbe anche farti provare un Old Fashion o un drink inventato da uno dei nostri barman Davide a base di whiskey e sour gin».

Quale processo segue il cliente che viene da voi per diventare Kong e quali sono i metodi che utilizzate per catturarlo?
«Sicuramente l’educazione, nessun tipo di forzatura, utilizzare la tecnica giapponese di mettere il cliente in primo piano così da renderlo protagonista. Io credo che dopo un po’ che si frequenta questo locale si voglia essere Kong, sentirsi se stessi e far parte di questa realtà. Noi facciamo attenzione a questo».

Un atteggiamento che richiama il motto di Jameson, Sine Metu, che significa senza paura. Tu hai avuto il coraggio di cambiare la concezione di locale, di vivere una serata.
«Sono stato Jameson Brand Ambassador per tre anni, essendo irlandese per metà, e tengo molto alle mie radici. Cambiare quello che già esiste significa modificare un sentiero, non omologarsi. La mia location non era un bar, ma un negozio di biciclette: volevo un posto dove non ci fosse stato nulla prima, che partisse da zero. Io e la mia compagine, tra cui Massimo Palmieri, Richard Ercolani e Claudia Gianvenuti, siamo riusciti a tirare fuori la nostra personalità e a proiettarla nel locale. Non è un tentativo di risultare strani e diversi a tutti i costi, ma di essere noi stessi, di inserire all’interno del bar solo elementi che rispecchino la nostra visione. Scegliere una strada nuova, imprevedibile e, di conseguenza, rischiosa è l’unico modo per ottenere qualcosa di speciale. Proprio come Jameson: Sine Metu. Sotto questo aspetto siamo molto simili».

All’interno di una società dove regna la condivisione sui social, come si pone Kong per esprimere la sua unicità?
«L’unicità di Kong, essendo un instinct bar, è paragonabile a quella di un gorilla: parte da zero per arrivare a mille. Bisogna conoscersi, più si va avanti più si arriva in profondità. Noi qui sotto abbiamo un laboratorio costato una fortuna, dove proviamo tutte le nostre variabili sui drink lavorando su nuove tecniche di distillazione, fermentazione e recupero. Dietro ci sono una grande ricerca e un grande impegno, ciononostante di tutto questo non parliamo, cerchiamo di mantenere un profilo basso con il cliente per non intimidirlo. Per noi non è importante il tipo di drink che scegli, ciò che conta è l’esperienza che vivi. Come si fa ad essere Kong? Ci si arriva stringendosi la mano e prendendo confidenza l’un l’altro».

Qual è l’augurio che fai a Kong, ai tuoi colleghi, a te stesso e ai clienti del futuro?
«Questo è un bambino appena nato e speriamo che cresca con fortuna e perseveranza. Ciò che certamente ci aiuterà sarà il lavoro duro: senza quello non hai chance. L’augurio che rivolgo a Kong è di essere il più sincero possibile con se stesso, di non vendersi troppo e di far divertire e stare bene tante persone. Per quanto riguarda i nostri clienti, auguro loro di riuscire ad apprezzare ciò che facciamo, dalla musica ai drink, e l’impegno che abbiamo messo in questi anni per realizzare un locale che è il nostro regalo alla comunità dei barman».

Da dove deriva la scelta del nome? Hai un aneddoto da raccontarci?
«Chi mi conosce sa che non sono proprio mingherlino. Anni fa un mio carissimo amico, nonché testimone di nozze, scherzando mi ha detto che sembravo proprio un gorilla: “Me pari Drink Kong!”. Ho riso per ore e mi è piaciuto talmente tanto che ho chiamato così la mia prima società di consultancy, con l’idea di dare al locale un altro nome. In seguito, durante una riunione, i miei soci mi hanno consigliato di chiamare così il bar. Da lì è nato Drink Kong, con un marchio e un logo bellissimo, per il quale ringrazio Alessandro Gianvenuti, che ha un grande talento. Il nome, poi, ha portato alla luce la mia personalità e quella del nostro instinct bar. Lo considero un colpo fortunato».

Patrick, dietro al bancone del suo cocktail bar, mentre prepara un drink.

 

Articolo di Francesco Di Lembo
Foto di Lorenzo Razzino e Francesco Di Lembo

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