Zdey, l’energia va condivisa

Zdey Riders Jameson

Il modo migliore per conoscerlo è attraverso le sue opere. Dirette, audaci e potenti, come lui. Francese, 29 anni, Zdey è un artista eccentrico e innovativo riconosciuto a livello mondiale. Come un supereroe, per anni ha taciuto la sua vera identità celandosi dietro un lavoro d’ufficio. Ma, quando si è svelato, con lui è esplosa anche la sua arte, impetuosa come un fiume in pena che rompe gli argini e ti travolge. Pura energia espressa senza paura, in pieno stile Jameson.

Zdey è la tua identità artistica, ma anche il tuo nome e la tua firma. Da dove viene?
«Zdey è il mio nome d’arte e anche quello del mio personaggio. Tutto è iniziato a 14 anni, quando ho cominciato a scrivere graffiti intorno al 2004. Ho sempre desiderato avere un personaggio piuttosto che una semplice firma e sono stato influenzato dai graffiti di Barcellona, che ho scoperto durante un viaggio, nel 2005. Ma è stato solo otto anni più tardi che ho dato vita a Zdey, disegnandolo per la prima volta in India, quando lavoravo in finanza a Mumbai. In quel periodo conducendo una doppia vita: mentre di giorno dovevo indossare giacca e cravatta, la notte mi straformavo dando sfogo alla creatività con i graffiti. Un po’ come don Diego de la Vega e Zorro, che ha ispirato il mio personaggio. Così Sodey, il mio primo nome d’arte, è diventato Zdey, acquisendo la Z del vendicatore mascherato».

 Dunque Zdey è stato un punto di svolta nella tua attività?
«Sono entrato nel mondo della street art proprio quando ho creato Zdey. Prima, per dieci anni, mi limitavo al lettering e mi interessavo solo ai graffiti. Solo in India mi sono reso conto che volevo parlare al maggior numero di persone possibile attraverso i dipinti e non solo agli altri artisti. Soprattutto perché non aveva senso scrivere in un alfabeto incomprensibile per quel Paese».

Zdey sembra il tuo alter ego. Che messaggio vuole diffondere?
«L’ho immaginato esattamente come un alter ego. L’ho usato per strada per trasmettere messaggi umoristici e, talvolta, sollevare provocazioni sulle assurdità della nostra società. Se questo è vero soprattutto per il lavoro che ho svolto a Parigi tra il 2015 e il 2016, lo è un po’ meno oggi, che la mia attività è progredita verso un’opera di muralismo che mi porta a viaggiare frequentemente. Tuttavia questo è un filone che voglio mantenere, potenziando e reimmaginando il mio personaggio per farlo evolvere in una dimensione più comunicativa».

Che cosa ti ispira?
«Per quanto riguarda Zdey sono stato molto condizionato dai cartoni animati della mia infanzia, specialmente dalle produzioni di Cartoon Network. Oggi seguo molti artisti del movimento che fanno un ottimo lavoro sui loro personaggi e sul loro universo illustrativo, come l’italiano Blu, il brasiliano Muretz, il francese Seth e, infine, Jo Ber, un amico, francese anche lui. Nel corso del tempo ho anche sviluppato una tecnica fatta di universi ottici e grafici colorati, per consentire a Zdey di espandersi in essa. È un metodo sul quale ho lavorato molto negli ultimi due anni, tanto da farlo esistere senza il mio personaggio. Nella mia attività le ispirazioni sono molto differenti e quasi inconsce. Tuttavia, a posteriori, ho scoperto di non aver inventato nulla con le mie linee e che grandi artisti come Omar Rayo avevano già ampiamente esplorato questo lavoro ottico. È stato uno shock che mi ha spinto a prendere una direzione che fosse veramente mia, per dare vita a un universo nuovo e più ricco».

Delle tue opere colpiscono i vortici che si estendono non solo a una parete, ma continuano nell’intero edificio, oltre che la successione di linee di nastro adesivo e strati di dipinti. La semplicità è la tua forza perché trasmette molta energia che arriva dritta alle persone. Questo, almeno, è ciò che ho percepito io.
«È divertente che tu l’abbia intuito, perché è davvero così: energia. La linea mi è venuta in modo impulsivo e in seguito l’ho sviluppata come un gioco. Mi sono dato le regole base per comporre le forme in linee ottiche per poi improvvisare, facendomi ispirare dal luogo da dipingere. Non so davvero come spiegare il processo creativo delle composizioni, progredisco man mano che si alternano istinto e principi di geometria. La cosa fantastica è coinvolgere altre persone e non avere idea di come sarà il risultato finale. È un bel modo per vivere il momento in cui si crea l’affresco e non seguire uno schizzo preparato in precedenza. Ho notato che tutto ciò ha un forte impatto visivo e arriva a chiunque, spingendomi a portare avanti un’arte che vuole essere universale. In poche parole, creo tramite l’energia».

Non solo arte, ma anche impegno sociale con azioni che coinvolgono molte persone, soprattutto bambini. Come ti è venuta l’idea di dipingere le scuole per rallegrare l’ambiente?
«Mi piace essere coinvolto in progetti che vanno oltre la creazione artistica. La vitalità che metto nei miei dipinti si traduce anche in un desiderio di condivisione e vicinanza tra le persone, sempre con una connotazione positiva. Un’opera deve appartenere alla gente, che così può viverla ogni giorno. Il coinvolgimento di più persone nella realizzazione di un lavoro ne moltiplica l’impatto e il significato. Il progetto più notevole è stato la scuola che ho dipinto con i giovani nel XIII arrondissement di Parigi. Ho trascorso diversi mesi con loro in quella struttura prima per completare l’edificio. L’orgoglio e il senso di realizzazione che ho visto negli occhi di quei bambini per aver realizzato un’opera monumentale valgono tanto quanto il lavoro in sé. Da lì ho avuto la possibilità di ridipingere altre scuole, tra cui una sulle montagne dell’Himalaya, in Nepal, con giovani assolutamente brillanti e una in Brasile, da cui sono appena tornato. Ogni volta è un’avventura molto eccitante che lascia ricordi indelebili».

Che differenza c’è tra graffiti e street art?
«La street art è un concetto complicato, un termine abusato che è stato adoperato impropriamente per descrivere qualsiasi cosa e oggi è diventato molto vago. Tuttavia bisogna riconoscergli il merito di aver contribuito a far scoprire la nostra arte al grande pubblico semplificandola all’interno di una grande categoria. Ora si tratta di approfondire i movimenti che compongono la street art. Per me definisce un movimento molto generico di azioni artistiche di strada, mentre il graffito è una cultura. Io provengo da questa cultura».

Come ti prepari a un lavoro? Con ricerca, ispirazione, bozzetti, o è più un atto istintivo e d’improvvisazione?
«Dipende molto dai progetti. Alcuni richiedono uno studio a monte, soprattutto quando sono commissionati da brand o istituzioni. Comunque mi piace mantenere un posto per l’improvvisazione, per apprezzare meglio l’ambiente in cui realizzo il lavoro. Quest’anno ho viaggiato molto, con un tour di un mese in Messico, una visita a Miami, la mia mostra a Parigi, l’avventura nepalese, il tour con Jameson in Italia, il progetto in Brasile… Quindi, a volte, per mancanza di tempo ho dovuto creare molto sul posto, cosa che adoro, ma oggi sento la necessità di fare una pausa per dedicarmi a un processo di ricerca. Non mi piace la staticità, ho bisogno di continuare a sviluppare cose nuove e progredire».

Com’è nata la collaborazione con Jameson? Che cosa vi accomuna?
«Sono stato contattato da Jameson per proporre idee da realizzare per le strade di Milano. Sono stato scelto tra diversi artisti per interpretare il marchio e la cosa mi ha riempito d’orgoglio. Dopo un primo intervento a Milano, dove ho dipinto 14 serrande, il progetto è stato replicato a Roma, Firenze e Napoli. La cosa fantastica è che si è creato un legame tra l’universo Jameson, il mio e i negozianti, felici e fieri delle loro serrande. Penso sia questo a unirci. Lavoriamo in un’atmosfera molto amichevole e positiva nello spirito Sine Metu. Un progetto che mi dato anche l’occasione di conoscere persone nuove con cui sono rimasto in contatto».

Qual è il muro che vorresti dipingere, ma che ancora non hai fatto?
«Amo gli oggetti e gli edifici voluminosi. Trovo interessante confrontare i miei profondi effetti visivi con spazi reali, quindi vorrei lavorare su un grande silo, una torre dell’acqua, una macchina, una barca… un aereo?».

Prossimi progetti?
«Sono appena tornato da Belo Horizonte, dove ho ridipinto una favela e una scuola con l’associazione Artivista. Essendo un progetto di scambio, a luglio inizierò la seconda fase del lavoro con la presenza dei brasiliani che verranno a Parigi per realizzare diversi affreschi. Quindi, tra le altre cose, dopo l’estate mi dedicherò a una grande facciata per il festival LaBel Valette, a due ore da Parigi, e alla preparazione di una mostra a Bogotá in Colombia… Tutte avventure straordinarie».

Potete seguire Zdey attraverso i suoi canali social:
Instagram @zdey_zdey_zdey
Facebook ZDEY
zdey.fr

Articolo di Eleonora Dal Prà

 

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