TATSUKI SUZUKI, PIADINA E BANZAI

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DA NIPPONICO A ROMAGNOLO: LA METAMORFOSI DI TATSUKI SUZUKI PASSA ATTRAVERSO UNA FIGURA CRUCIALE, QUEL PAOLO SIMONCELLI CHE GLI HA DATO UNA MOTO, UNA CASA E TANTE STRIGLIATE. UNA COPPIA SPECIALE NELLA MISCHIA DEL MONDIALE

 

A proteggerlo dal sole settembrino mentre aspettava il via del GP di San Marino, dove qualche settimana fa ha conquistato il suo primo successo in Moto3, Tatsuki Suzuki non aveva la classica grid girl con quote da paginone centrale di Playboy, ma un ombrellino: Paolo Simoncelli. Raffigurato sul casco con cui era sceso in pista nel giugno scorso al Mugello non aveva il solito cerchio rosso e rovente della bandiera nipponica, ma la caricatura di una persona speciale: Paolo Simoncelli. A dargli una strigliata quando commette una leggerezza in pista, ogni volta, non ci sono i suoi genitori. Ma Paolo Simoncelli. L’uomo che l’ha accolto in Romagna, che insieme alla sua famiglia gli ha fatto imparare la lingua italiana, che l’ha arruolato nella squadra corse Sic58 per allargare i gomiti nella classe cadetta del Mondiale. Paolo Simoncelli, patron del team dedicato a quel funambolo di suo figlio Marco, i riccioli più spavaldi della MotoGP. Almeno prima di Sepang 2011, luogo e anno dell’incidente, della tragedia, da quel momento il Sic non c’è più. Tatsuki Suzuki, un giapponese trapiantato in riviera, un pilota che si sta abituando alle zone alte della classifica. Anche se concretizzare non è stato affatto facile: prima di vincere era volato via parecchie volte nel 2019, colpa sua o di altri. Meglio non esagerare troppo, quando c’è Paolo nei paraggi: «Si incazza tantissimo, non puoi immaginare quanto. Dice un sacco di parolacce. È uno tosto, non mi mena ma poco ci manca», scherza il ragazzo. «È una persona che dà tanto, vive le corse fino in fondo, si emoziona». Viscerale, insomma, questo Simoncelli. Proprio quello che ci vuole, per caricare Tatsuki nel modo giusto: «Vogliamo vincere ancora. Gare, titoli. Ciò mi spinge a dare il massimo, quando sono in moto sento che il risultato e anche suo, dei meccanici, della squadra». Un ambiente tutto italiano in cui il ventiduenne venuto dal Sol Levante sembra essersi integrato a meraviglia.

 

Così come si è perfettamente inserito a Riccione, dove vive: «Appena arrivato in Italia stavo a casa di Paolo, a Coriano. Ricordo che una mattina stavo facendo colazione con sua moglie Rossella e il telefono ha squillato. Era lui. Discutevano, lei si è scaldata e a un certo punto ha sbottato dicendo la prima parola che ho imparato. Pugnetta. Quando dici a una persona che è una pugnetta, significa che è una rottura di scatole». Paolo l’ha definito un giappo-riccionese, formula che Tatsuki porta sul casco. Mentre sulla tuta ha un altro soprannome: Callaghan. «Un giorno ero con Aldo Drudi, il designer che si occupa delle mie grafiche, e notò che ero sempre vestito bene, in ordine, scarpe pulite. Mi disse che ero un fighetto, e che a Riccione chi era così lo chiamavano Callaghan. Mi è subito piaciuto, e poi mi ricorda la tabella che il team di Marco gli mostrò al termine della gara in cui vinse il titolo in 250. In dialetto. “T’an aré vent é mundiél, Callaghan”. Non avrai vinto il Mondiale, Callaghan». Altre frasi in slang romagnolo? «A sém tròp fòrt, siamo troppo forti. At salùt, ti saluto. Andém a magné, andiamo a mangiare». I suoi angoli li ha smussati bene, Tatsuki. Ma non è stato mica semplice: «Mi trasferii in Europa quando avevo 15 anni, andai in Francia. Fu difficile. Vivevo in una scuola internazionale, dormivamo tutti insieme, stesso stanzone. Da buon giapponese volevo essere sempre preciso, ordinato, ma era complicato. Ero timido, parlavo poco, faticavo a farmi degli amici. Poi ho capito che dovevo cambiare mentalità, ho cominciato a interagire con tutti, scherzare. Sono uno che non si offende mai, se mi prendono in giro sto al gioco, è bello ridere insieme».

Un giro in Vespa, spiaggia e crema solare, aperitivo. L’estate in riviera fra una gara e l’altra, che spasso. «Quando torno qui, dopo ogni tappa, mi sento a casa. È la prima volta che provo una sensazione del genere, lontano dal Giappone. E poi c’è Paolo. Siamo sempre insieme. Vado a cena da lui, ci facciamo un giro, ci prendiamo un caffè, giochiamo a carte. È il mio babbo italiano. Senza di lui non saprei che fare».

 

 

ÁLEX MÁRQUEZ, FAMILY MAN

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