Contromano – Non si può piacere a tutti, caro esperto

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Non esiste la donna che piace a tutti, il prodotto che soddisfa chiunque, ma soprattutto non c’è sul pianeta Terra un pilota capace di convincere gli “esperti”. In compenso c’è Casey Stoner!

Articolo di Marco Masetti - Foto Ducati

Non si può piacere a tutti, su questo dovremmo essere d’accordo. Eppure il sogno di sedurre chiunque, di ottenere consensi plebiscitari e conoscere un successo assoluto è un tarlo che si annida nella testa di quasi tutte le persone. Ma questo tipo di ambizione è un errore che può far naufragare anche la migliore persona, il prodotto apparentemente perfetto, l’idea giusta. Purtroppo la contemporaneità si è ammalata di un tremendo narcisismo di massa, basato su sondaggi, dati, algoritmi, marketing che di fatto ha snaturato persone e cose.
Esiste la donna perfetta, quella che piace a tutti? O, per restare in tema, la moto per tutti?
Difficile dirlo, di sicuro la gente ricorda ancora la Loren, mentre divette apparentemente perfette si dimenticano nello spazio di una stagione. Se poi andiamo nel mondo a due ruote, scopriamo che la Vespa piace al mondo da molti decenni, che l’Harley Davidson affascina e coinvolge anche se apparentemente è l’antitesi di quello che dovrebbe funzionare oggi. Certo, si tratta di oggetti con un carattere forte, una autentica personalità che discendono da un’idea decisa e azzeccata, anche se completamente controcorrente.

Anche nel mondo dei piloti funziona così e, per farvi capire meglio certe dinamiche vi faccio fare un salto indietro nel tempo. Siamo a metà del decennio che ha aperto il secolo nel quale viviamo, attorno al 2005. In una tavola rotonda tra esperti emerge una nuova esigenza: il pilota deve essere personaggio, bucare lo schermo, essere comunicativo. Normale che la pensassero così: eravamo in piena Era Vale, il campione che aveva monopolizzato a suon di risultati e di gradimento personale la scena della giovane MotoGP. Rossi, decisamente più forte dei rivali, capace di lasciare la Honda per far rinascere la Yamaha, era il personaggio. E questo faceva impazzire chi non lo aveva. Costruttori, team manager, media, ma soprattutto sponsor iniziarono a cercare le contromisure al mostro che si stava pappando tutto l’interesse. Non bastava la tormentata figura di Max Biaggi e nemmeno l’aria un po’ farlocca di Sete Gibernau, chiamato Hollywood dalla stampa spagnola per la sua ben costruita recitazione, in bilico tra voglia di vincere e sofferenza esteriorizzata dopo un infortunio. Ci voleva qualcuno in grado di fare siparietti in tv, di primeggiare in pista e nelle classifiche di gradimento, di piacere a grandi e piccini. E persino capace di far vedere le gare a mamme e nonne. Una missione impossibile che ha fatto soffrire ottimi piloti, capaci di guidare e correre ma muti o quasi davanti ad una telecamera. Eppure un segno che la strada non fosse solo quella era già arrivato… aveva il nome di Daijiro Kato, velocissimo giapponese strappato da questo mondo in un terribile incidente a Suzuka. Un nipponico, in sella ad una Honda, dolcissimo, velocissimo, totalmente invisibile appena sceso dalla moto. Almeno per i media, che continuavano a sognare uno che lottasse con Valentino, anche davanti alle telecamere e ai microfoni. Attesa inutile e persino beffarda: nel 2006 il mondiale lo vinse Nicky Hayden che aveva la faccia giusta, ma parlava un incomprensibile inglese con accento del Kentucky e, soprattutto, non portava con sé nulla di trasgressivo e polemico. Una persona fantastica, un uomo dai saldissimi principi morali, tipici di chi era nato nella Bible Belt, uno sportivo che non aveva fidanzate famose, magari provenienti dai reality televisivi.

Ma proprio in quel 2006 succede qualcosa di clamorosamente nuovo: inizia ad emergere il talento di un pilota totalmente diverso da Rossi, Casey Stoner. E Valentino si trova di fronte un rivale tremendo. Uno che non comunica, che buca lo schermo solo quando guida, che in testa ha solo la famiglia. Amato dal pubblico proprio per questo suo essere diverso da tutti. Gli “esperti”, naturalmente non capirono, oppure fecero finta di nulla: avevano sbagliato, come spesso accade.

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