Stefano Terzuolo, l’artigiano dei capelli

GIACCA, CAMICIA, CROCIFISSO APPESO AL COLLO E CAPPELLO FEDORA IN TESTA: UNA SOLA CONVINZIONE, CHE IL SUO LAVORO SIA IL RIFLESSO DI UNA PASSIONE VERA. IL TERZO EPISODIO DEL NOSTRO VIAGGIO CON JAMESON ALLA SCOPERTA DEI PERSONAGGI CHE CONDIVIDONO I LORO VALORI CON IL BRAND DI WHISKEY IRLANDESE È ARRIVATO DA GUM SALON, UN LUOGO DOVE «CHI NON STIMA LA VITA NON LA MERITA» 

Certi luoghi ti entrano dentro. Non capisci il perché, ma appena attraversi la soglia vieni pervaso da una miriade di sensazioni. Un mix che ti riporta in una realtà parallela, dove il tempo smette di scandire le nostre vite. Entri al Gum Salon ed è questo quello che provi. Ti ritrovi inebriato dal profumo del legno e, mentre sei avvolto dalla luce che penetra dalle grandi e antiche finestre, ne percepisci il calore, non pungente ed aggressivo, ma rasserenante. Sembra quasi il riflesso di un fuoco che arriva dal cuore, che pulsa, che scalcia, ma che dopo tanto viaggiare sa come scaldarti l’anima. Una luce che mette a proprio agio e che ti fa sentire a casa. «Ciao, sono Stefano, benvenuto al Gum». Ha il sorriso complice di chi ha visto mille volte il mio stesso stupore e, caratteristica che mi spiazza, nei suoi occhi brilla quella stessa luce rassicurante che mi aveva tanto sorpreso. Ci sediamo su due poltroncine, circondati da un arredamento curatissimo nei dettagli e allo stesso tempo naturale. È il momento di conoscere Stefano Terzuolo, direttore e proprietario di Gum Salon.
«Sono nato ad Asti e cresciuto in un piccolo paesino delle Langhe. Mi ricorderò per tutta la vita che all’età di otto anni mia madre mi dava cinque mila lire per andare a tagliarmi i capelli dal barbiere del paese. Non chiedermi perché, ma sono sempre stato attratto da quei profumi e quell’ambiente: adoravo quel momento, in più lui era appassionato di chitarra e ogni tanto passavo solo per ascoltarlo. Credo che in quel luogo siano nate le mie più grandi passioni: il mio lavoro e la musica». 

Come sei riuscito a creare questo piccolo paradiso fuori dal tempo, nel centro di Milano?
«Be’, tu ora vedi il risultato finale, ammetto, ne vado fiero perché è da anni che cerco di trasmettere il mio modo di essere e la mia filosofia anche attraverso il mio salone e ora penso proprio di esserci riuscito. Tutto però è venuto piano piano con il passare del tempo, senza fretta e a piccoli passi». 

Com’è che tutto è iniziato?
«Ero appena tornato da Londra, città che mi ha ispirato tantissimo e che tuttora amo alla follia. Avevo l’esigenza di sentirmi così anche qui a Milano e da lì l’idea di optare per un arredamento diverso, ma soprattutto di impostare il lavoro non come i soliti parrucchieri italiani. Non per snobismo, ma semplicemente perché percepivo che il metodo anglosassone era davvero innovativo e attuale. Ecco così l’idea di scegliere il total black, le poltrone da barber anni Cinquanta nonostante offrissimo anche servizi femminili e di non offrire il servizio di piega». 

Dove hai aperto il tuo primo salone?
«Ho aperto Gum nel 2009 in Porta Ticinese, il mio sogno si stava realizzando, trenta metri quadrati di negozio, completamente dismesso, ricordo ancora per quanto tempo ho girato a piedi per trovare quello spazio, sembrava una missione impossibile in quel periodo, soprattutto in quella zona per chi come me aveva un budget ristrettissimo, ma mi ero impuntato, volevo aprirlo lì! E così in un giorno di pioggia, quando ormai avevo perso le speranze, vidi un annuncio in via Vetere 9: era lui». 

Quale idea stava alla base del progetto?
«La mia idea era di dedicarmi al total look, dal taglio al colore e capire davvero chi fossero i miei clienti, conoscerli e piano piano farli entrare nel mio mondo. All’inizio è stata dura, perché molti non capivano la mia rigidità sugli appuntamenti o i prezzi un po’ sopra la media, ma non ho ceduto perché volevo costruirmi una clientela che sposasse la mia filosofia al cento per cento e non frequentatori di passaggio che mi vedessero come il parrucchiere sotto casa. Ammetto che non è stato facile soprattutto in quella zona, ma alla fine, piano piano siamo riusciti ad affermarci e le cose hanno iniziato a ingranare». 

E poi cosa è cambiato?
«Dopo soli due anni dall’apertura sentivo l’esigenza di ampliare un po’ gli spazi perché il lavoro stava crescendo e avevo bisogno di più collaboratori, quindi ci spostammo di fronte, in circa ottanta metri quadrati. Era il 2011 quando decisi di inserire anche il barber shop, termine ormai purtroppo inflazionato, ma allora aveva creato molto interesse. Volevo riportare questa vecchia professione in auge però con un feeling più moderno dando un servizio più attuale e partendo proprio dalla cura dell’uomo». 

Che cosa ricordi di quel periodo?
«Devo dire che è stato un successo, eravamo praticamente sempre pieni. Nel frattempo però molti miei colleghi e aziende hanno iniziato a percepire questo trend e con l’avvento degli hipster si è aperta una nuova fetta di mercato, oggi cresciuta del 75 per cento rispetto a quegli anni, sia come prodotti che come servizi. Purtroppo questo ha portato a una saturazione del mercato e a far sì che un franchising di basso livello o chiunque avesse una licenza di parrucchiere, si buttasse a capofitto in questo business creando tanti cloni e scimmiottando le barberie americane, sia come arredi che come impronta lavorativa, ovviamente il tutto molto lontano da quell’idea di esclusività e servizio di alto livello, semplicemente cavalcando il momento e creando realtà approssimative e non credibili». 

Così hai scelto di evolverti nuovamente, giusto?
«Nel 2016 ho deciso che era il momento di cambiare. Volevo preparare un ambiente nuovo per i miei clienti, intimo, segreto. Ho optato per un ex appartamento della curia dei primi del Novecento. Volevo che i clienti si sentissero a casa e che, nel frattempo, venissero a contatto con le mie passioni. Abbiamo inserito delle vecchie petineuse anni Quaranta come postazioni, tutte diverse tra loro e con una loro storia, proprio come i miei clienti. Abbiamo una gents spa dedicata all’uomo con tanto di bar annesso dove mettiamo a disposizione un bartender ogni martedì e mercoledi. Abbiamo dato anche tanto spazio alla donna con una color room e una sala taglio. Abbiamo lasciato tutto originale, dalle citazioni in latino sulle porte al vecchio parquet intarsiato, fino al soffitto a cassettoni; io sono nato in un ambiente cattolico e le vibrazioni che ho sentito appena entrato mi hanno riportato un po’ alla mia infanzia e mi sono sentito subito a casa». 

Da chi è composto il tuo team e quali sono i valori?
«Abbiamo sempre creduto tanto nel nostro lavoro, solo con l’umiltà e tanto sacrificio si può raggiungere il successo in questo mestiere. Purtroppo vedo tanti ragazzi, seppur talentuosi, senza queste caratteristiche fondamentali e mi dispiace perché è il male dei nostri tempi. Devo però confidarti che mai come ora sono sicuro di avere un team così giusto. Ecco la mia squadra: Marco Steri (art director), Monica Farina (manager e responsabile tecnica), Merry Istefanos (pr & costumer care), Crystal Ingram (barber lady), Davide Nucara (junior stylist). Sono tutti professionisti motivati e, aspetto che prediligo, hanno sposato completamente la mia filosofia. È bello essere affiancati da persone che guardano tutte nella tua stessa direzione». 

Come ti relazioni con il cliente, qual è la tua filosofia? Cosa ti entusiasma del tuo lavoro?
«Ho una clientela che va dai 25 ai 55 anni sia maschile che femminile. Quello che mi entusiasma è che ci scelgono non solo per le nostre capacità tecniche, ma per le persone che siamo: cerchiamo di trasmettere le nostre passioni e riversarle nel lavoro creando un’atmosfera unica, rilassante e davvero piacevole. Il mio guru è stato Vidal Sassoon e tuttora mi ispiro al suo modo di lavorare, tagli precisi, disciplina e classe, un vero sarto dei capelli». 

Com’è nata l’idea di creare prodotti tuoi?
«Avendo lavorato tanti anni con diverse aziende di prodotti sentivo l’esigenza di creare una mia linea, ma non avrei mai potuto rendere unica un’esperienza nel mio salone con aziende che fornivano anche i miei competitor e così mi sono messo a studiare. Dopo una gran lavoro di ricerca ho concepito una linea naturale con materie prime biologiche. Siamo uno dei cinque saloni in tutta Italia ad avere il proprio marchio sui prodotti e in pochi anni siamo riusciti a essere presenti sulle maggiori vetrine beauty italiane e non; abbiamo un e-commerce e siamo presenti in Corso Como 10 e in Annex Rinascente». 

Secondo te perchè Jameson ti ha scelto come testimonial?
«Credo che mi abbia scelto per l’artigianalità che ci accomuna. Persone che ci mettono il cuore e la passione e realizzano un prodotto vero e di qualità. E come dice il motto di Jameson, sine metu, non abbiamo paura di fare scelte rischiose, per evolverci e preservare allo stesso tempo la nostra qualità». 

Invece parlando di moto, quali preferisci?
«Amo le moto heritage, meglio ancora se ispirate agli anni Quaranta o Cinquanta. Sarà per le linee o le selle in cuoio, ma hanno un non so che di artistico e ricercato». 

Hai una frase che ti rappresenta?
«Se dovessi scegliere una citazione tra quelle incise sulle porte di Gum sicuramente sarebbe Chi non stima la vita non la merita. Mi fa sempre riflettere tutte le volte che mi soffermo a leggerla».

Gum Salon si trova a Milano, in corso Italia 46 gumsalon.com

Articolo di Marco Marcello Bina
Foto di Alex Olgiati

Oakley Thermonuclear Protection, la capsule collection ispirata agli anni Novanta
McLaren 570S Spider si fa in cinque grazie alle Design Editions

Potrebbe interessarti…

Menu