Ha l’aria rassicurante dell’amico saggio, ma c’è un attimo, quando incrocia il tuo sguardo, in cui in Massimo Polidoro si intravede un lampo di luce. Quello di occhi enigmatici e curiosi, che solo un Esploratore dell’Insolito come lui può avere

Articolo di Eleonora Dal Prà
Foto di Niccolò Rastrelli

La tranquillità di chi ne sa. Sembra quasi un fumetto – e infatti lo è – ma dietro quel fare pacato si cela uno dei più grandi esperti di misteri a livello internazionale, un Esploratore dell’Insolito che indaga gli enigmi con un approccio scientifico. Ed è in quel frangente in cui ti guarda dritto in faccia che capisci quante ne ha viste. Ma anche come sia capace di raccontarle e farle piacere… e capire a tutti. 

Secondo Hemingway la prima stesura di qualunque storia non è mai granché, eppure, quella di Massimo Polidoro sembra l’eccezione alla regola. Curioso, appassionato, instancabile fin da bambino, Massimo ha scritto la sua storia come un romanzo, in cui tutti gli ingredienti concorrono a farla risultare sbalorditiva. Dentro ci sono impegno, determinazione, colpi di scena e, soprattutto, magia. E non serve ritoccarla per renderla migliore. 

La professione di Massimo Polidoro – che spazia dalla scienza all’illusionismo, dall’insegnamento universitario alla gestione del CICAP, di cui è segretario nazionale – lo porta ai confini del mondo e della realtà usando curiosità e razionalità combinate insieme. Sul suo canale YouTube conduce le serie “Strane storie” e “Il complotto quotidiano”, oltre a “La cambusa di Massimo”, uno spazio per comunicare in modo più informale con i suoi follower, i “Naviganti” che «vanno verso terre sconosciute con il desiderio di esplorare e capire, navigando nel grande mare dell’ignoto» e che in lui vedono un “Capitano”.

Tutto è iniziato con due lettere… 

«Ero un bambino appassionato dell’occulto e della magia e, più leggevo libri sull’argomento, più nascevano in me domande e curiosità che, però, in quella giungla dov’era difficile orientarsi, restavano senza risposta. Finché un giorno è arrivata la rivelazione grazie al libro Viaggio nel mondo del paranormale di Piero Angela che, a differenza degli altri, non partiva dal presupposto che gli eventi fossero veri, ma da un interrogativo scientifico: “Quel fenomeno esiste realmente?”. Preso dall’entusiasmo ho deciso di scrivergli una lettera spiegando di essere rimasto molto colpito dal contenuto di quelle pagine ed esortandolo a fondare anche in Italia un comitato come lo statunitense CSI, Committee for Skeptical Inquiry, che indagava il paranormale svelando la realtà dietro tanti misteri. Nel libro, inoltre, c’era una figura ricorrente, l’illusionista James Randi, che aveva dedicato la vita a smascherare i ciarlatani che lucravano ingannando le persone più fragili, e scrivo anche a lui. Non solo mi hanno risposto entrambi ma, quando c’è stata l’occasione, mi hanno invitato a trascorrere un weekend con loro culminato con la proposta di andare un anno in America assieme a Randi con una borsa di studio, allo scopo di imparare sul campo i metodi del CSI per poi fondare il CICAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze. Un’esperienza che mi ha dato una preparazione straordinaria. Molti si chiedono cosa c’entri un prestigiatore nell’indagine del paranormale: in realtà è la persona più adatta a capire se un presunto sensitivo è sincero o sta usando dei sotterfugi, perché l’illusionista è un maestro dell’arte dell’inganno e riesce a riconoscere i ciarlatani e a smascherarli. Proprio ciò che faceva Randi». 

Ti definisci un esploratore dell’insolito, una professione più unica che rara; chi ti stava intorno ti ha sempre capito? In famiglia non ti hanno detto: «Lascia stare, punta su qualcosa che ti dia certezze»?
«Sono cresciuto in una famiglia che mi ha permesso di coltivare la curiosità lasciandomi sperimentare; quando mi appassionavo a qualcosa venivo incoraggiato a seguire ogni mio interesse. Oltre a giochi di prestigio, magia, scrivere e disegnare fumetti, adoravo i Beatles e trascorrevo molto tempo alla ricerca di libri sull’argomento, anche usati, ma in italiano si trovava poco e volevo saperne di più. Così, informandomi, ho scoperto che si potevano ottenere altre cose dall’estero e ho iniziato a richiederle tramite lettera. Questo, in particolare, mi è stato utile per imparare l’inglese: grazie a riviste di musica recuperavo nomi e indirizzi in America o Inghilterra, battevo a macchina le lettere e mi facevo arrivare il materiale che pagavo con vaglia postali, attingendo dai miei risparmi. Piano piano ho iniziato a costruirmi una piccola libreria su argomenti che mi appassionavano e, contemporaneamente, a mettere in pratica quello che mi incuriosiva. Grazie ai Beatles, inoltre, ho sperimentato la mia prima scuola di giornalismo creando una fanzine, Help!, che scrivevo a macchina e impaginavo rimpicciolendo con la fotocopiatrice le pagine A4 e poi ritagliandole. Accanto ai testi inserivo foto, immagini, illustrazioni, tutto un lavoro di taglia e incolla! Attraverso la rete dei contatti che mi ero creato, altre persone interessante alla band si abbonavano al mio bimestrale e io, con cinquemila lire, garantivo loro sei numeri. Il tutto è andato avanti per tre-quattro anni e, con il margine che mi restava, potevo comprare libri, dischi, alimentare ulteriormente le mie passioni. Poi, riguardo il fatto di essere andato in America con un illusionista, la differenza l’ha fatta Piero Angela, che ha rassicurato i miei garantendo per lui». 

Massimo Polidoro con James Randi nel 1993, durante un convegno del CICAP.

Un’immagine della preparazione di una finta seduta spiritica in cui Polidoro, grazie all’aiuto di un complice, ha eseguito il trucco della levitazione nello stupore generale.

La community social

La tua community social continua a crescere e con i follower, Naviganti, come li chiami tu, hai instaurato una relazione di scambio reciproco. Quanto è importante questo aspetto, oggi? Farlo in tv sarebbe molto difficile. Il luogo dove ti esprimi meglio è proprio il web?
«Ho scoperto che è uno strumento davvero molto efficace per parlare con chi è interessato alle cose che hai da dire ma, soprattutto, per costruire un dialogo, un rapporto, tutte cose che in tv sarebbe molto più difficile fare. In tv parli, la gente ti ascolta, ti segue, mentre sul web puoi instaurare un legame che va avanti nel tempo, e le persone iniziano a seguirti sui diversi canali partecipando a delle community come quelle su Facebook, Instagram, YouTube, e vedo che in molti tornano, mi scrivono, e io rispondo sempre a tutti. In tv vado se ne vale la pena, per esempio a Superquark, ma mi chiamano spesso per partecipare a dibattiti, che in realtà sono discussioni in cui parli tre minuti, non riesci a dire niente… Non mi interessano quelle cose lì».

Oggi assistiamo al fenomeno degli influencer che, in generale, veicolano contenuti leggeri, il successo facile, e hanno molto seguito. Ma di recente è emersa la figura del divulger e sembra che qualcosa si stia muovendo. Si può campare sul web con la cultura?
«Diciamo che siamo un po’ agli inizi, da questo punto di vista. Ci sono sempre di più influencer divulgatori: giovani, spesso studenti, dottorandi, insomma ragazzi che stanno iniziando a occuparsi di scienza ma che, allo stesso tempo, coltivano la diffusione di contenuti relativi al loro lavoro e raccolgono dei bei pubblici. Magari un giorno si arriverà a vivere parlando di questi argomenti perché, se pensi a quali possono essere le entrate… Mi fanno sorridere i commenti: “Fai questi video perché così guadagni!”. Ragazzi, non avete la più pallida idea! Io in media ho più di mezzo milione di visualizzazioni mensili, che sembra tanto, ma in realtà con questi numeri vai a mangiare la pizza con gli amici un paio di volte al mese». 

Tempo fa, durante una Instagram story hai usato un filtro con una luce rossa e hai detto: «Questo effetto mi fa tornare in mente un episodio di qualche anno fa che… va be’ lasciamo perdere!». Puoi rivelare qualcosa o deve rimanere un mistero?
«Parecchi anni fa, in un incontro con i giornalisti durante un convegno del CICAP, avevo organizzato una finta seduta spiritica per rivelare loro i trucchi: io vestivo i panni del medium ed ero seduto a un tavolino e legato alla sedia in una stanza buia, illuminata solo da una luce rossa: una tecnica che si usava nel Novecento per creare atmosfera ed evitare che ci fosse troppa definizione. In quell’occasione, la cosa più spettacolare è stata sollevarmi e volteggiare a mezz’aria, ma ovviamente c’era la spiegazione: dietro una tenda si celava fin dall’inizio un complice vestito di nero con tanto di cuffia in testa, dunque invisibile, che entrava in scena, mi prendeva sulle spalle e sollevava per poi rimettermi giù prima che si accendessero le luci. Nella penombra sembrava davvero che volassi!». 

Viaggi molto in treno tanto da definire la stazione seconda casa. Come pensi che si evolverà la mobilità, sarà sempre più condivisa? Ma non era bello quando possedevamo la nostra macchina, quella che avevamo desiderato?
«Indubbiamente continuerà a esserci la passione per le auto e le moto, ma ci si dovrà adeguare a un mondo in cui l’inquinamento, purtroppo, è uno dei fattori responsabili del cambiamento climatico; ciononostante mi sembra che tutte le case produttrici si stiano dando da fare. Poi, sai, io uso il treno soprattutto perché mi permette di lavorare». 

Houdini, 11 settembre, sbarco sulla Luna, Terra piatta, scie chimiche, metodo Hamer, Paul McCartney, viaggi nel tempo, pareidolia… sono solo alcuni dei temi trattati da Massimo Polidoro nei suoi libri (oltre che su YouTube). In particolare, Polidoro (classe 1969, di Voghera) ha portato a teatro una conferenza-spettacolo su Leonardo da Vinci, del quale è un grande esperto, e ha condotto indagini accurate sull’omicidio del presidente Kennedy recandosi personalmente a Dallas. Inoltre, durante la chiusura delle scuole a causa dell’emergenza coronavirus, ha realizzato il mini-corso “Ok, scienza!” per spiegare ai ragazzi come funziona il metodo scientifico, ed è da poco approdato su Patreon dove, nella sua “Isola del Mistero” condivide contenuti extra.

L’alter ego Mark Pollard

Come ci si sente a essere dentro un fumetto? Avresti mai pensato che i tuoi figli potessero sfogliarne uno davanti i loro amichetti e dire: «Lui è mio papà»?
«No, figurati, non dicono assolutamente niente perché si imbarazzano! Sono stato citato per la prima volta in un fumetto negli anni Novanta su Dylan Dog, quando Tiziano Sclavi mi ha menzionato in una storia. Io ci sono rimasto di sasso, così gli ho scritto una lettera e lui mi ha risposto entusiasta: “Ci dobbiamo conoscere!” e siamo diventati amiconi, ci vedevamo ogni settimana, ci scambiavamo materiale di tutti i tipi… bellissimo! Successivamente è stato Alfredo Castelli a trasformarmi in Mark Pollard – un personaggio di Martin Mystère, che è tornato adesso in un altro episodio – e quello, ovviamente, è stato ancora più lusinghiero». 

La tua scelta professionale ha richiesto e richiede molto impegno; ti sei mai trovato di fronte a barriere che portassero a chiederti se ne valeva la pena? È vero che hai cominciato con i più grandi, ma poi hai dovuto camminare con le tue gambe.
«Ho iniziato molto presto, prima da ragazzino, poi come apprendista di Randi appena maggiorenne, per cui il mio percorso in questo campo è durato una decina d’anni: il periodo degli studi, la fondazione del CICAP, due-tre libri pubblicati… Ho intrapreso questa strada senza l’intento di trasformarla in un lavoro, ma c’è stato un periodo in cui ho pensato di fare puramente il giornalista: ero stato assunto a Focus, ma tre mesi dopo ho dato le dimissioni. Nonostante mi trovassi benissimo non riuscivo a fare nient’altro: il mio umore ne risentiva e stavo diventando infelice. È stata mia moglie a incoraggiarmi, e andarmene, alla fine, è stata una scelta che mi ha riempito di entusiasmo, lo stesso che ho tuttora e che mi fa svegliare la mattina dicendo: quante cose ho da fare, mettiamoci al lavoro! Col tempo questa è diventata una professione, perché le cose che svolgo hanno un valore nel mondo dell’informazione, della divulgazione: scrivere articoli e libri, tenere conferenze, e poi c’è la tv… tutte attività che fanno parte del mio lavoro». 

L’impegno nel CICAP

Nel 1989 hai fondato il CICAP assieme a nomi illustri. Si parla sempre di Piero Angela e James Randi, ma che ci dici degli altri?
«C’era Margherita Hack, una persona davvero straordinaria, umilissima, alla mano, divertentissima; c’era Rita Levi-Montalcini, con cui ho solamente parlato al telefono. Mentre altri li ho frequentati, come Umberto Eco, un’altra persona generosissima: sono andato a casa sua, ho visto la sua biblioteca incredibile, la collezione di libri rari, ma soprattutto è stato sorprendente poter parlare con una persona come lui. Con il tempo, addirittura, è cresciuta una stima sua nei miei confronti: figurati che onore! Al punto che mi sono ritrovato citato nei suoi libri, nelle conferenze… più di così!». 

È davvero così difficile in Italia intraprendere la carriera di ricercatore? Quanto è vero che qui non ci sono possibilità?
«Il problema è soprattutto in ambito universitario, dove la logica del merito passa spesso in secondo piano. Ho diversi amici ricercatori che se ne vanno all’estero perché dicono che qui non c’è nessuna possibilità di avanzare perché è già previsto che dovrà farlo un raccomandato e, per quanto una persona possa ottenere risultati migliori e sviluppare ricerche più complete, non c’è niente da fare e se ne va all’estero dove pagano meglio e riesce a vivere… È un gran peccato per l’Italia, anzi enorme, perché non investire in conoscenza vuol dire restare indietro rispetto a tutti gli altri. E non rendersene conto è gravissimo». 

Da fuori risulti sempre positivo, sicuro, sembra che ogni cosa ti venga bene. Hai mai dovuto fare i conti con degli insuccessi o lasciare qualcosa di incompiuto?
«È un aspetto che riguarda tutti, pensa a Leonardo da Vinci quante cose ha lasciato incomplete, e non possiamo mica dire che non sia riuscito nella vita! Anch’io ho commesso la mia bella quantità di errori: in tante cose ho investito tempo, lavoro, fatica, cercando di ottenere risultati che non sono arrivati. Pazienza, fa parte del gioco. E comunque ci sono davvero tante cose che vorrei sapere: più approfondisci un argomento e più vorresti studiarlo, ma in una giornata ci sono quelle ore lì… Io semplicemente parlo degli argomenti che conosco, e se non ne so abbastanza provo a informarmi: il lavoro del divulgatore è questo, no? Farsi un’idea delle cose più complesse e cercare di raccontarle, di condividerle». 

L’illusionista e divulgatore scientifico canadese naturalizzato statunitense James “The Amazing” Randi mentre si libera da una camicia di forza appeso a testa in giù sulle cascate del Niagara.

Il mondo sottosopra

Il mondo sottosopra, il tuo ultimo libro uscito solo pochi mesi fa, è già alla terza ristampa, segno che la gente vuole sapere, ha bisogno di figure autorevoli che la aiuti a orientarsi nel mare di notizie da cui è inondata. Che cos’è la verità? Esiste o è solo un punto di vista tra tanti?
«Ciò che fino a ieri era considerato da tutti vero e accertato oggi viene messo in discussione e i fatti perdono valore a favore di credenze irrazionali, pregiudizi e cospirazioni: dai vaccini che provocano l’autismo a chi sostiene che l’allunaggio sia una messinscena, fino alle recenti teorie negazioniste sui cambiamenti climatici. Fake news, bufale e complotti sono sempre esistiti, solo che oggi, tramite il web, si espandono molto più rapidamente e la loro diffusione è incontrollabile. In realtà tutto parte dal nostro cervello che, tra una spiegazione plausibile da cercare e una più immediata da accettare, sceglie la seconda opzione. Ciò accade perché tendiamo a incappare in errori di valutazione, pregiudizi, tendenze alla conferma… tutti bias cognitivi che l’evoluzione ha favorito per permettere ai nostri antenati di reagire prontamente di fronte ai pericoli. Inoltre, le fake news fanno presa sul nostro lato irrazionale, colpendoci a livello emotivo, mentre la verità può andare contro tutto ciò in cui crediamo, smentendo idee che pensavamo solidissime e, per questo, apparirci dura da accettare». 

Che cosa puoi anticipare, invece, di quello che sta per uscire?
«La libreria dei misteri è un libro per ragazzi scritto con l’intento di dare loro gli strumenti critici per capire come affrontare qualcosa che sembra un mistero e cavarsela da soli, imparare a riconoscere se una cosa che sentono, raccontata da qualcuno, è verosimile oppure no. È un romanzo dove i protagonisti, due ragazzini, entrano in una libreria misteriosa per documentarsi per una ricerca su Atlantide e lì inizia la storia: si informano davvero e noi capiamo che criterio usano, quali domande si pongono… Insomma, in modo un po’ autobiografico cerco di condividere il metodo che adottano, anche perché il proprietario della libreria – nonostante non lo dica esplicitamente – nella mia immaginazione è James Randi, il mio maestro, un signore anziano che conosce tutte queste cose e che dà ai ragazzi gli stimoli per farli ragionare». 

Massimo Polidoro con Piero Angela durante una delle nuove puntate di “Superquark”, in onda ogni mercoledì in prima serata su RaiUno. Quella 2020 è la quarantesima edizione del programma ideato e condotto da Angela, il giornalista novantunenne pioniere della divulgazione scientifica in Italia.

James Randi e Piero Angela

Tu che li conosci bene, ci sveli qualcosa di inedito su James Randi e Piero Angela?
«Entrambi amano la musica. Piero, lo sappiamo, è un ottimo pianista jazz; Randi invece ha una bella voce e, quando ero in America, in macchina metteva i cd di Frank Sinatra, di Nat King Cole, e cantava sopra le canzoni. Avrebbe potuto fare il crooner». 

Che cosa ti hanno trasmesso di fondamentale?
«Ho capito facendo le cose insieme a loro e con Piero Angela, in particolare, ho imparato guardandolo preparare Superquark. Per la mia rubrica Psicologia delle bufale portavo idee per gli argomenti da trattare, e lui diceva: “Sì, è interessante, ma prima mi devi raccontare che cosa ha fatto la signora Maria e solo dopo cerchiamo di capire come ha ragionato”. Cioè: solo se prima catturi l’attenzione delle persone con una storia coinvolgente poi ascolteranno anche la spiegazione psicologica. Ma se parti da quest’ultima le perdi. Questa è una cosa fondamentale, una delle prime che mi ha trasmesso. Invece James Randi mi ha insegnato come scrivere un libro. In America mi sono documentato molto sullo spiritismo raccogliendo una grande quantità di materiale che, però, non sapevo come archiviare e lui, riportandomi la citazione di Hemingway ”The first draft of anything is shit”, mi ha detto di buttarla giù come se dovessi redigere un libro: “Scrivi immaginando di raccontare le cose a qualcuno che non sa niente, fagliele capire. Arriva fino in fondo e non perderti a rileggere, perché la prima stesura non la vede nessuno, è solo tua, ti serve come punto di riferimento. Lascia delle parti in bianco con delle note e vai avanti. In questo modo hai tutto sotto gli occhi e puoi ricominciare da capo riempiendo dove mancano le informazioni”. Io ho seguito il consiglio. E non ho più smesso di scrivere». 

Contatti:
massimopolidoro.com
youtube.com/ MassimoPolidoro
@massimopolidoro
patreon.com/massimopolidoro
cicap.org

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