Stagione compressa e crudele, ritmi esasperati, temperature folli. Il mondiale ricomincia, cambiando faccia. E mostra un volto duro, spietato

Articolo di Marco Masetti | Foto Motogp.com
La ripresa dell’attività sportiva in questo raccapricciante 2020 (e si potrebbe dir peggio) presenta aspetti davvero singolari che, speriamo, portino stimoli a ragionamenti attorno ai limiti dei cambi di regole.
Iniziamo dallo sport più popolare un buona parte del mondo, il calcio. In Italia si è recuperato il tempo perso, giocando ogni tre giorni, spesso con temperature e umidità che solo un padano può capire. Alle 18, a Milano, Parma o Bologna è dura attraversare la strada, figuriamoci rincorrere un avversario sulla fascia. Infatti si sono viste partite di qualcosa che somiglia al calcio tradizionale, ma che non è più uguale. Squadre che hanno 45 minuti nelle gambe e poco più, gente che rantola nei rientri e un fantastico svedese di quasi 40 anni che di nome fa Zlatan che è stato la più bella scoperta. Certo, sa giocare, ha visione, carisma e cervello, cosa indispensabili quando si cala fisicamente.
Nelle moto, ecco una bella doppia trasferta della MotoGP a Jerez. L’Andalusia d’estate è un posto dove il sole “ciocca” in maniera incredibile; si fa fatica a stare in spiaggia, figuriamoci su una moto che emana calore come la fucina di Vulcano, con una tuta di pelle addosso e un casco integrale in testa. I ragazzi sono preparati benissimo e hanno retto il test alle alte temperature e persino le misure di sicurezza anti-Covid. Giornalisti collegati via web hanno cercato di raccontare cosa è successo, non sempre riuscendoci. Non stronco nessuno, io ero in Svizzera a commentare le gare in TV e mi ha fatto un effetto strano: mi sembrava di parlare di un allunaggio o di un fatto lontanissimo. Dopo tanti anni nei circuiti ho capito che l’atmosfera, le parole scambiate off record con i protagonisti, prendere il caffè con Dovizioso e ascoltare il filosofeggiare di Migno mi mancano terribilmente. Intanto in pista succedevano cose incredibili: la Yamaha domina, Marquez cade, rimonta a cavallo con impeto futurista, ricade, sì spesso, ci riprova. Nessun eroismo, molto coraggio, nessuna pazzia. Due medici lo hanno soccorso, valutato, operato e controllato al rientro. Gente che di mestiere opera, cura e valuta piloti, cioè che conosce le cose. Infatti, non si sono lanciati in proclami deliranti, minacce e cotillon. Hanno lavorato. Come tutti, nonostante il caldo.  Dovizioso, su una pista che odia (Jerez) e che non è nemmeno amica della Ducati, ha portato a casa un podio. Rossi ha fatto lo stesso, rilanciandosi e riaccendendo il sacro fuoco dei tifosi. Una settimana di sosta, con la Superbike che torna e poi tre gare in ventuno giorni, tra Brno e Red Bull Ring. Con la testa super attenta a non farsi male, perché una frattura può costare una stagione, con i motori che vanno in sofferenza, con la Ducati che torna favorita.
Tutto compresso, senza respiro, un’apnea o quasi. Senza nemmeno la gioia di rifarsi gli occhi guardando un’ombrellina.
Un altro sport, forse.
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