Ottantacinque all’ora possono emozionare come fossero trecento. Capita anche questo quando si torna ad assaporare la libertà su due ruote

Articolo di Marco Masetti

Oggi è il grande giorno, si torna in moto. Fa uno strano effetto, quasi come rivivere la prima volta o ritrovarsi davanti alla commissione riunita per l’esame di maturità. Anche se quell’esame lo hai già fatto, in una lontana era geologica nella quale gli pterodattili volavano felici.

In sella

Tornare in sella è un’emozione come dopo la prima volta.

Teoricamente nella regione in cui risiedo si può usare liberamente la moto e anche prima si poteva, con l’autocertificazione. Ma l’avevo evitato. Una storia lunga e vecchie ruggini risalenti al servizio militare (una volta esisteva il diritto/dovere di combattere per difendere la patria, lo dico per i giovani). Per un anno ho abitato in una caserma gloriosamente vecchia e cadente, piena di scrivanie risalenti al ventennio con i cassetti pieni di modulistica dell’Istituto Poligrafico: permessi, permessini, licenze, suppliche. Una vita scandita da concessioni più o meno clementi da parte dell’autorità a me, suddito-soldato di un Paese in cui bisogna chiedere per piacere, sempre e comunque.

Il grande giorno: si torna in sella

Buona lì: le moto sono rimaste in garage ad aspettare fino al grande giorno, oggi. Prima di partire chiedo lumi e informazioni a due giovani carabinieri di pattuglia lungo la strada. Cadenze delle Due Sicilie biascicate nella chirurgica, ma il messaggio è ambiguamente comprensibile: «Se la fermano dica che sta andando in farmacia o dal fornaio». Ok, grazie… Non è cambiato molto dai permessini chiesti ai superiori nella caserma tal dei tali, Regione Militare Nord Ovest ai tempi della Prima Repubblica. Odio questo genere di cose, i sotterfugi, i trucchetti. Deve essere il mio taglio tedesco che mi rende poco incline a queste piccole recite da caratterista della commedia all’italiana.

Push the button

Push the button… Zoppicando un po’ dopo il lungo letargo, il bicilindrico si mette in moto. Sputazza un pelo, forse sente che nell’aria c’è qualcosa di strano che lo scorso novembre, quando abbiamo detto stop, non c’era. Poi lo digerisce. Ottimo, so ancora usare il cambio, le curve le so fare, naturalmente piano e con calma, senza dover insegnare niente a nessuno. Dicono che adesso devi come minimo fare un tutorial anche per mettere la moto sul cavalletto a beneficio dei tuoi fan sui social. Me ne sbatto allegramente: vado in moto da un tot di anni senza interruzioni. Mi hanno anche pagato per farlo e ho guidato in mezzo mondo e forse più.

Non ci sono immagini, dirette, filmati di questo. Forse sono solo leggende nella mia testa: il West degli Stati Uniti, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, il Giro delle Alpi, l’Australia da Nord a Sud, mezza Europa, l’Andalusia con mezzo metro d’acqua sulla strada. Ma soprattutto l’Italia, da nord a sud. Paesaggi incantevoli, storia a ogni metro, dialetti e cadenze e una gran voglia di mangiare bene. Son due mesi che mangio solo roba cucinata da me e ho voglia di assaggiare il lavoro di qualcuno immensamente più bravo del sottoscritto, ma non si può e non lo farò fino a quando dovrò contare metri, ripararmi dietro barriere di plexiglas, non poter dare la mano a uno per dirgli che cucina da dio.

Ancora chilometri, non miglia

Intanto il tachimetro segna 85 orari! Chilometri, non miglia, però mi sembra di andare fortissimo. Rido pensando che c’è gente che li fa in prima mentre imposta tornantini che poi ti lanciano a 320 orari verso un curvone famoso. Faccio gli 85, la natura è di un verde assoluto, il motorone ronfa come un soriano con la pancia piena e io sono felice. Emozionato ed euforico come dopo la prima volta.

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