Contromano, l’Impero (britannico) colpisce ancora

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Non sono solo diversi perché guidano a sinistra: i piloti britannici si innamorano di donne vistose, guidano con il cuore e, soprattutto, girano il mondo in camper, con la loro tribù al seguito. Sono strani, almeno per noi latini…

Articolo di Marco Masetti

Il rapporto con i britannici non è sempre facile, specie per noi latini. Non basta dispensare a dritta e a manca (right and left) qualche anglicismo, magari orecchiato e non supportato da reale conoscenza della lingua per entrare in sintonia con loro. Del resto, anche i discendenti delle fiere tribù del Nord che fecero dannare persino l’Impero romano non hanno un rapporto idilliaco con i latins. Forse perché ci vedono principalmente come depositari di location (come dicono a Milano) baciate da un clima più soleggiato e dispensatori di alcol a buon prezzo. Secondo me ci odiano perché, anno dopo anno, abbiamo tolto loro il ruolo di maestri negli sport. Il calcio lo avevano inventato loro, ma non vincono da una vita a livello nazionale, mentre nel rugby continuano giustamente a strapazzarci senza pietà. Nelle moto, invece…

Nella classe regina (o top class, o MotoGP) i latini sono temibili, e l’ultimo che ha vinto e dominato è Casey Stoner, pur sempre suddito di Elisabetta II. Eppure, proprio dai vecchi maestri arrivano segnali incoraggianti per il futuro. I Britanni e le alte tribù del Nord da tempo si sono asserragliate nel mondiale Superbike, trasformandolo in un feudo. 

Una visione più umana

Ma non stiamo solo parlando di risultati: i britannici stanno tenendo viva una visione più umana, condivisibile, simpatica dello sportivo. Jonathan Rea, un pilota che da anni stradomina la Superbike e che farebbe una gran bella figura anche in MotoGP, potrebbe tirarsela come la fidanzata di un calciatore top e invece fa la seguente cosa. Carica moglie, figlie, provviste, moto da cross, masserizie varie e abbandona le patrie terre per andare ai test di Misano. Lui al volante, come si faceva una volta, e poche storie. Ecco, in questo i britannici sono veramente splendidi, anche per l’amore per la famiglia. Di solito da giovani sono un po’ cavalli pazzi, poi tendono a formare la tribù. Un esempio classico è rappresentato dalla famiglia Haslam. Il padre, Ron, l’uomo le cui basette hanno ispirato tutti noi costringendoci a più o meno patetiche e spelacchiate imitazioni, ha trovato una ragazza un po’ tondina e l’ha sposata. Suo figlio Leon ha fatto lo stesso, sposando una ragazza carina, tondina e che non ha certo bisogno di rimpolpare il seno, dando vita ad un’altra bella famiglia. Anche Rea è così: i suoi bambini biondi razzolano nel paddock in sella a motorini e biciclette, pronti a seguire le orme della tribù. Sono sportivi veri, grandi piloti, ma hanno una famiglia e fanno figli. Gente normale, insomma, e non prodotti da social che ogni anno devono presentare sul web il nuovo model year di fidanzato/a, con grande gioia dei seguaci di Signorini e altri cantori del nulla.

Però, dicevamo, i britannici da giovani sanno fare cose che si ricordano volentieri. E, in un mondo di sportivi con ascendente abatino (definizione di Gianni Brera riferita alla scarsa fisicità di Gianni Rivera, immenso calciatore del passato), la stella di Scott Redding brilla di una luce accecante. Il cavallone dell’Impero britannico, dall’alto del suo metro e novanta e contraddistinto dall’ascendente James Hunt, arriva a Misano per i test in compagnia della classica tabloid-girl. Bionda, eccessiva, poco vestita, perché l’immaginazione è roba da latini. Adesso non ho voglia di scatenarmi in un pippone sulla gravedad o le influenze del Concilio di Trento, e nemmeno sulla Scisma della Chiesa inglese, ma restiamo diversi. Però è bello pensare che loro, alla fine dei conti, saranno molto più umani anche a livello di star dello sport, che faranno i pazzi ma poi sforneranno figli biondi e carini. Intanto noi latini continuiamo a vincere un po’ di più.  

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