Esistono il bianco, il nero e il Johnny Cash dress code

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Cosa stiamo ascoltando oggi nelle radio? Cosa stiamo ascoltando oggi su internet? E cosa stanno pubblicando le major in questi anni? Musica senz’anima schiava di un risultato del web e di semplici numeri legati a un’interazione totalmente scollegata dalla realtà. Serve molto più Johnny Cash di quanto voi pensiate, non stiamo parlando di genere musicale, di armonie o di strumenti, ma di anima e personalità artistica

Articolo di Stefano Nappa 

«Get rhythm! BoOY, ya’ story ar s**k! Get rhythm! Son! Get rhythm!». Queste sono le prime parole che vi dicono dall’altra parte dell’oceano all’inizio di una jam session, prima ancora di toccare qualsiasi tasto o corda di uno strumento. La cosa che più mi manda fuori è che «Get rhythm», in questa città, te lo dicono per qualsiasi cosa tu faccia. Per non parlare dei cinghiali, in questo posto sono ovunque. Siete mai stati a Kingsland? Il nome suona bene, molto bene! Purtroppo però solo quello! È un piccolo comune dell’Arkansas nel centro-sud degli Stati Uniti, dove praticamente non succedeva e non succede nulla. Ma per nulla intendo proprio nulla! Niente, nisba, nada! Però in questa città è nato Johnny Cash, meglio conosciuto come The man in black, e quindi la città va visitata almeno una volta nella vita. 

«Ho visto il buio» – Cosa Farebbe Jack?


Nella storia di un artista c’è sempre un momento in cui cambia tutto. Dove la realtà diventa qualcosa di sconosciuto e ci si sente persi, ma persi per davvero. Quando Johnny aveva 12 anni, nella città dove non succede mai nulla be’… qualcosa è successo. Il fratello Jack di due anni più grande aiutava la famiglia come poteva e tagliava spesso la legna, ma quel giorno accidentalmente finì su una sega elettrica da tavolo, che gli tagliò il torace quasi a metà. Assistendo a tutto questo, Johnny trascinò Jack fuori dal capanno per cercare aiuto ma, purtroppo anche a causa delle infezioni, questi morì dopo una settimana. Il fratello maggiore per Johnny era un misto di protezione e ispirazione filosofica e, nonostante la giovane età, insieme leggevano spesso la Bibbia e Jack molto probabilmente sarebbe diventato un predicatore.

Da questo momento in poi quello che poi diventerà l’uomo vestito di nero smise di essere un ragazzo socievole, le relazioni non divennero il suo forte e iniziò a passare molto tempo da solo abbozzando delle storie su fogli che trovava e poi lasciava in giro per la casa. Quando sei solo non sei davvero solo, non so se vi è mai capitato, spesso c’è il buio attorno a voi, non importa se c’è il sole che picchia sui campi di grano, c’è sempre una luce scura che quasi ti avvolge come in un dolce abbraccio. Poco prima della morte, Jack gli confessò di vedere gli angeli e questa fu l’ultima cosa che segnò spiritualmente Johnny. Nel giorno del funerale si recò presto al sepolcro, prese una pala e cominciò ad aiutare gli operai a scavare la tomba. Durante la funzione i suoi vestiti erano sporchi per lo sforzo ed era scalzo perché il suo piede era troppo gonfio per indossarle dopo che aveva pestato un chiodo. La devozione di Johnny a suo fratello è rimasta una costante per tutta la sua vita; di fronte a una situazione difficile in un’eco della famosa frase cristiana: «Cosa farebbe Gesù?», Johnny si è sempre chiesto: «Cosa farebbe Jack?». 

La musica, una chitarra, un cerchio di fuoco e Let’s do a shot for the warden, la foto che ha cambiato la storia della musica 

Da quel momento il padre, ogni giorno, gli ripeteva a un palmo dalla faccia che a morire sarebbe dovuto essere lui e non il suo figlio preferito. In questo contesto, Johnny non fa altro che aspettare la chiamata alla armi e finisce nell’aeronautica dove, nel mentre, scrive alcuni racconti sotto lo pseudonimo di Johnny Dollar. Questo è un periodo molto bello per la sua anima. Anche se è arruolato, si procura una cicatrice sul lato destro della faccia causata da una procedura chirurgica malriuscita. Ormai conosce molto bene la musica, ogni tanto canta ma non ha ancora uno strumento tutto suo su cui potersi sfogare. In Germania compra la sua prima chitarra per venti marchi tedeschi, l’equivalente di cinque dollari americani. L’inno I am bound for the Promised Land sono i suoi versi preferiti, non fa altro che cantare all’unisono con la sua chitarra questo ritorno a casa per vedere il viso del padre che lo attende, ma si parla di Dio e non di quello che gli ha dato la vita, infatti a casa lui non tornerà per un bel po’. Il country blues è il suo pane quotidiano, riesce a calmare e scacciare ogni tanto quel buio che lo avvolge da sempre. Prende solo una volta lezioni di canto dopodiché, nel 1955, incide per la Sun Records a Memphis il suo primo album.

Nel 1960 passò alla Columbia e incise un album gospel, raggiungendo un ottimo successo ma iniziando a mostrare una certa fragilità psicologica, che lo portò a far uso di stimolanti e anfetamine. Siamo arrivati a un bivio importante nella sua carriera. C’è qualcosa in lui che non va, ha diversi scontri con sua moglie Vivian Liberto da cui ha avuto quattro figli, Rosanne, Kathy, Cindy e Tara e, infatti, qualcosa si rompe. Finisce in un cerchio di fuoco tra June Carter e un vortice d’amore che lo strega, lo seduce fino a fargli perdere completamente la testa e a chiedere il divorzio. Il 4 Giugno del 1969, Johnny Cash viene accompagnato nel carcere di San Quentin perché vuole tenere un concerto per i detenuti del posto, gli aveva già dedicato anche un brano inedito con lo stesso nome della struttura. Perché il suo arresto più famoso è avvenuto a El Paso, in Texas, nell’ottobre del 1965. Cash aveva attraversato il confine con Juarez per comprare anfetamine a buon mercato. È stato trovato con 668 compresse di dexadrine e 475 equanil nel suo bagaglio. Fu poi arrestato una seconda volta per guida in stato di ebbrezza, per possesso di stupefacenti e una memorabile raccolta di fiori. Sì, proprio dei fiori che aveva rubato dal cortile di qualcuno. Durante la detenzione ha scritto una canzone sulla sua esperienza che è diventata un punto culminante del suo album At San Quentin. Accanto a lui, durante la famosa esibizione nello stesso carcere, su quel palco c’era un giovane fotografo: Jim Marshall. Trasportare la passione, la forza, la grinta dell’amore musicale di un artista in un’immagine, magari scattata con una versione ridotta della macchina creata da Thomas Sutton, non è da tutti. L’attenzione e il senso del momento la fanno da padrone e all’improvviso, su quel palco, si spense la sete di un gesto leggendario perché spinto dalle parole: «Let’s do a shot for the warden», Cash si girò in malo modo con un gestaccio verso Jim Marshall, che pochi giorni dopo ci regalò uno degli scatti più belli della storia del rock’n’roll. 

L’ho usata per amarti 

Johnny era uno che la sofferenza e il senso di colpa se le portava dietro fin dall’infanzia. Rispetto a molti altri artisti lui era vero, non era Elvis che si nascondeva dietro i suoi problemi, non era nemmeno un paladino dello stravizio come gli Stones e gli Zeppelin, era uno che, se soffriva, riusciva a trasformare quella sofferenza in musica donando emozioni mai provate a un ascoltatore. Cash era convinto che la droga fosse un dono di Dio, e le sue mille storie clandestine in tour non potevano minimamente scalfire l’amore che provava per la donna della sua vita, June. 

La morale è sempre qualcosa di malleabile. Le droghe però lo sfiancano giorno dopo giorno, ed è l’unico problema che si insidia nella sua carriera, ma soprattutto nell’amore della sua vita. Johnny e June resteranno sposati per 35 anni, attraverso il successo in televisione degli anni Settanta, il declino, le conseguenti ricadute nella droga e nell’alcol, ma anche attraverso un incidente quasi mortale. Cash negli anni aveva deciso di mettere in piedi un allevamento di struzzi e questi, come ben sapete, non sono certo tra gli esseri viventi più affabili. Uno in particolare, che Johnny chiamava Waldo, non aveva apprezzato tanto il nuovo habitat che gli era stato imposto, infatti il suo padrone fu scaraventato a più di due metri di distanza. Cash, sopravvissuto all’impatto, tornò indietro e prese un bastone che fece sventolare davanti a Waldo, lo mancò e il grosso pennuto gli squarciò lo stomaco con un taglio che partì dal petto e arrivò all’ombelico, ma la fibbia dei suoi pantaloni da cowboy impedirono allo struzzo di completare l’opera. Riuscì a scappare e a raggiungere l’ospedale, dove un’equipe di chirurghi riuscì a salvargli per l’ennesima volta la vita. Probabilmente c’è sempre stato un angelo dietro Johnny a strapparlo dal pericolo, forse è sempre stato il fratello scomparso prematuramente oppure è stato l’amore, l’amore per la musica o l’amore per June, che è forse uno degli amori più belli di sempre. Trentacinque anni di matrimonio, tra note su di un pentagramma spoglio con le armonie che avvolgono le parole in 12 misure.

Se mai capitaste a Hendersonville, a venti minuti d’auto a est di Nashville, nel Tennessee, fate visita alle tombe di questi due artisti perché, oltre alle lapidi, c’è la lettera più bella di sempre mai scritta da un uomo. La poesia d’amore di Cash per il funerale di June.
La musica di oggi senza Johnny non sarebbe la stessa cosa, ma anche Johnny senza l’amore di June non sarebbe stato l’uomo in nero che abbiamo conosciuto. La musica è sempre legata all’arte: bisogna provare qualcosa per farla e bisogna scavare dentro di sé per poter trasmettere qualcosa che abbia un senso di esistere. Oggi i like e i commenti su un semplice social network hanno creato un distacco dalla realtà e un distacco dall’arte, ma è semplicemente un mezzo che può funzionare o meno per creare un traffico dati mai raggiunto prima. Quando prenderete la chitarra, prima di toccare le corde con le dita o con un plettro fermatevi a pensare a ciò che provate per voi stessi e non a quello che possono provare gli altri, forse solo così potrete capire l’amore che provava Johnny Cash su di un palco insieme a June Carter.

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