Una, la poliomielite che lo condannò alla sedia a rotelle. L’altra, l’Harley speciale con cui infranse tutti i record di velocità

Articolo di Matteo Scarsi

La vita di Chester Chet Herbert è intrecciata con quella della Bestia. Una, quella maledetta, lo ha colpito nel 1948 a soli vent’anni sotto forma di poliomielite. Lo ha lasciato paralizzato su una sedia a rotelle dopo sei mesi di polmone d’acciaio. L’altra, capostipite di una fortunata serie, gli ha donato la fama e gli ha permesso di iniziare un percorso che lo ha portato ad essere inserito nella International Drag Racing Hall of Fame.

Herbert

Un concentrato Herbert nella sua officina.

Los Angeles e i primi hot rodder

Seguendo le orme dello zio meccanico, Chet dimostrò fin dalla tenera età una spiccata propensione per tutto ciò che aveva ruote e motore. Per tenerlo lontano dai rischi i genitori, preoccupati, gli regalarono una tromba per Natale. Lui la scambiò immediatamente con uno scooter Cushman. Nel secondo dopoguerra le strade ancora relativamente poco frequentate dei sobborghi di Los Angeles erano una specie di parco giochi per i primi hot rodder.

Gli esperimenti sulla Harley-Davidson

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta le moto potevano contare ancora su performance migliori rispetto alle auto coeve, così Chet cominciò a fare esperimenti su una Harley-Davidson. Le idee si dimostrarono valide tanto che la sua Beast divenne pressoché imbattibile per chiunque nella California del sud. Il nome poco lusinghiero le venne affibbiato per via delle prestazioni e dell’aspetto ben poco rassicurante frutto degli interventi di Herbert. Nello specifico, su telaio e forcella VL venne montato un motore Knucklehead da 92 pollici cubi dotato di doppio carburatore e di un volano Indian.

I cilindri furono sostituiti con quelli del Panhead per via della maggiore robustezza. Le teste erano Knucklehead del biennio 1936-1937 che, grazie alla camera di combustione leggermente più piccola, garantivano un miglior rapporto di compressione. Oltre a consentire il montaggio di valvole di aspirazione maggiorate fino a 2 pollici e ¼. Sulla strip di Santa Ana nel 1950 la Beast prese parte a 19 gare, e in bei 6 di queste fu in grado di sbaragliare tutta la concorrenza sia a 2 che a 4 ruote. Ha raggiunto un record personale di 129 miglia orarie sul quarto di miglio.

La Beast in tutta la sua sinistra possanza. Sono visibili i doppi carburatori e il carter della primaria tagliato senza tanti complimenti.

La Chet Herbert Competition Cams

Il buon esito di questa sua prima avventura come preparatore fece scoccare la scintilla che lo portò a creare di lì a poco la Chet Herbert Competition Cams. Durante i mesi di convalescenza le lunghe riflessioni avevano evidenziato come, sebbene Harley-Davidson usasse già dal 1929 le punterie a rullo sulle sue moto, nessuna casa automobilistica adottasse tale tecnologia sui suoi veicoli. Dopo infruttuose ricerche di qualcuno che potesse costruire ciò che immaginava, Chet optò per acquistare un tornio e iniziare a realizzare da sé la componentistica per il suo progetto di distribuzione. Non appena tale sistema fu montato su una Chevrolet sei cilindri da corsa, garantendo una potenza superiore anche agli Offenhauser, l’officina di Herbert divenne meta di decine e decine di piloti e costruttori desiderosi di poter disporre dei suoi preziosi sistemi.

Drag racing e record di velocità

Gli anni successivi permisero a Herbert di divenire una vera istituzione sia nel drag racing che nei record di velocità. Nel primo caso introdusse un nuovo tipo di scarico che permetteva di eliminare i detriti dagli pneumatici. Testò l’uso del nitrometano ispirandosi ai siluri tedeschi della Seconda guerra mondiale e sovvenzionò la prima rivista del settore. Nel secondo proseguì la striscia positiva delle Beast dando vista a quattro incredibili veicoli da lago salato, con gli esemplari 3 e 4 entrati di diritto nella storia della disciplina.

Facendo ricorso ancora una volta alla sua capacità di vedere il futuro prima degli altri, Herbert contattò l’aerodinamico Rod Schapel perché studiasse in maniera approfondita il comportamento delle sue auto mediante modelli in scala uno a dieci in galleria del vento. Tale approccio era fantascienza per il 1952. I due decisero inoltre di usare la vetroresina al posto del pesante acciaio per il corpo vettura. Schapel dovette costruire un gigantesco stampo di oltre sei metri di lunghezza nel suo cortile per realizzare la carrozzeria. Dopo settimane di lavoro e notti insonni, il piccolo team riuscì a completare la Beast 3 per tentare il record a Bonneville. In un crescendo di competitività il pilota Art Chrisman (subentrato dopo il forfait di George Bentley) riuscì a portare la vettura a ben 238,095 miglia orarie (383 chilometri all’ora). Cambiando per sempre le dinamiche su cui era basata la progettazione dei mezzi da record.

La Beast 3 e le sue linee sinuosamente fantascientifiche.

La Beast 4

La Beast 4 fu un’evoluzione della precedente. Un’aerodinamica ancora più evoluta, un passo più corto e il contributo del mitico George Barris nella produzione della veste esterna. Nella seconda metà degli anni Cinquanta Herbert e i suoi tecnici continuarono a sviluppare l’auto. Ebbe però una vita più travagliata rispetto alla Beast 3 per via delle accresciute capacità della concorrenza e per una serie di noie meccaniche che raramente le permisero di esprimersi con costanza al livello atteso. Ciononostante riuscì a raggiungere le 289 miglia orarie (oltre 465 chilometri l’ora) e, una volta venduta, ha continuato ad essere utilizzata fino al 1992.

Herbert ha terminato la sua avventura a 81 anni nel 2009: secondo molti, senza la malattia invalidante e con la propensione a cercare il limite su veicoli privi di qualsiasi dispositivo di sicurezza, sarebbe stato molto più difficile raggiungere quell’età.

 

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