Ci aspetta un Mondiale fatto di poche gare, forse tutte in Europa e a porte chiuse. Immagini e interviste preconfezionate. Pochi approfondimenti, scarso persino il gossip. Il rischio? Un grande appiattimento

Articolo di Marco Masetti

Una cosa l’abbiamo capita: lo sport virtuale non ha un grosso appeal che, tradotto in italiano, significa che proprio non dice molto, non trasmette emozioni.

In tema MotoGP da mesi si leggono, con qualche rara e apprezzata eccezione, le solite due o tre cose: Ezpeleta che cerca di tracciare un calendario per questa stagione; il futuro di Rossi tra team provato, ipotesi di ritiro e, per i lettori di gossip, un futuro di sposo e genitore. Mettiamoci anche il fantamercato della Ducati nel quale si parla di tutto, senza che cambi molto. Tralasciamo, per carità di patria, la giovanilistica passione per le gare virtuali alla consolle, che testimonia la drammatica differenza tra realtà e figurine su uno schermo.

Le poche cose arrapanti, eventualmente, potrebbero essere articoli di tecnica fatti, come diceva un mio vecchio caporedattore, con i controcazzi, ma sono difficili da fare e da scrivere. Bisogna avere gole profonde nelle case costruttrici, scattare migliaia di immagini rubate durante gare e test, conoscere la materia. Insomma, una cosa costosa e di nicchia, meglio – dicono gli editori, sempre più sparagnini quasi al limite del fastidioso – rincicciare, copiare, andare sul titolo acchiappa-click, sperando in una bella storia tra un pilota e qualche bellona. Sotto questo punto di vista la storia tra Belén e Iannone viene rimpianta da qualcuno come la perduta età dell’oro.

Senza immagini non si va da nessuna parte, questa è l’amara verità. Lo sport è sempre più emozionale, visivo, primordiale nei comportamenti del pubblico. Non è colpa di nessuno se la gente non legge più o lo fa in maniera veloce e distratta, è la nostra epoca; non c’è nulla da fare, la riflessione è morta. E lo sport si è adeguato, anche nella sua liturgia: l’evento Gran Premio inizia giovedì con le interviste di rito, il venerdì si prova, il sabato si decide la griglia, la domenica in tre quarti d’ora si sparano tutte le cartucce a disposizione. Due ore dopo la gara si fa fatica a ricordare chi ha vinto.

Ma attenzione: ci aspetta un Mondiale in forma ridotta fatto di poche gare, probabilmente in Europa e a porte chiuse. Il racconto della Covid-GP sarà fatto su immagini trasmesse dall’organizzatore, le interviste per i media scritti arriveranno in forma di file audio. Si rischiano un grande appiattimento e un’omologazione totale, quindi bisognerà essere ancora più bravi a riarrangiare il materiale disposizione, a confezionare quel che si dice un bel prodotto. Non abbiate paura, qualcuno ci riuscirà anche da casa, perché se sei bravo lo sei sempre. Il problema ci sarà quando la pestilenza sarà finita e diventerà molto difficile convincere un editore a investire una bella cifra per mandare un giornalista in giro per il mondo. La tentazione di fare tutto da casa c’è già, e molto diffusa.

Disse meravigliosamente una ventina di anni fa Federico Urban, gran signore e telecronista Rai, commentando la nascita della MotoGP: «Una serie tv basata sul motociclismo». Grande intuizione, alla quale mancava l’aspetto social, all’epoca inimmaginabile. Sono cambiati il mondo, la società; è normale, fa parte della storia. Del resto, fino al 1939, un italiano vincitore di una gara salutava romanamente sul podio, adesso mostra una borraccia colma di un elisir più o meno tonico.

 

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